Lo psichiatra Charmet: «Fra le cause, età difficile ed eccessive aspettative dei genitori». La Regione: «Pronta una proposta di legge per seguire il maggior numero di pazienti» Giovani, mille tentativi di suicidio ogni anno «Amico Charly», associaz

In aumento anche i disturbi psichici e l’uso di alcol e droghe

Marta Bravi

«Ho scorto un essere afflitto... curvo e inginocchiato contro il piedistallo, alza gli occhi pieni di lacrime verso la Dea immortale. E i suoi occhi dicono: “Sono il più solo, sono l’ultimo degli umani, privo di amore e di amicizia, e perciò molto più in basso del più imperfetto degli animali». Così scriveva Baudelaire nello Spleen, il grande male che visse in prima persona, e che lo portò a tentare il suicidio più di una volta. Un gesto estremo, spettacolare che «tenta» circa mille adolescenti all’anno tra Milano e Provincia. Ragazzini tra i 14 e i 24 anni, di cui il 70% sono ragazze, che, feriti nel loro narcisismo e nell’illusione inconscia di essere immortali, tentano il suicidio. Il professor Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e direttore scientifico dell’Amico Charly (02.29061398, www.amicocharly.it), associazione che si occupa gratuitamente di disagio giovanile e che ha fornito questi dati, spiega: «L’età, le eccessive aspettative dei genitori, carattere fragile, un’immagine di sé “mitizzata” sono alcune delle cause che fanno sì che i ragazzi vivano gli insuccessi o le delusioni come degli attacchi o delle umiliazioni. Il ragazzo, lacerato tra il desiderio di vendetta verso i genitori o l’insegnante e il desiderio di venire “pianto” tenta il suicidio». «Aumentano i tentativi di suicidio - sottolinea Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di psichiatria del Fatebenefratelli - così come i disturbi bipolari negli adolescenti, di cui c’è un totale disconoscimento, e che porta i ragazzi ad assumere alcol e droghe».
In Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali, ma il disagio esistenziale, che spesso sfocia nella depressione o in altre forme di disturbi psichiatrici, aumenta con l’avanzare dell’età. Disagio, solitudine, travaglio interiore vengono acuiti dai pregiudizi che continuano a dominare la società, tanto che la metà delle famiglie che ha un parente affetto da disturbi mentali, non parla nemmeno con i vicini di casa tanta è la vergogna, isolando ancora di più chi soffre già.
In Lombardia sono 700mila le persone che soffrono di depressione, di queste 415mila di forme acute; nonostante ciò si rivolgono ai servizi sociali solo 110mila lombardi. La depressione è in costante aumento e costituisce la prima causa di disabilità in Europa. Ne soffrono il 67% delle donne e il 33% degli uomini, percentuale che si rovescia dopo i 55 anni di età, quando sono gli uomini a esserne più colpiti. La depressione, però, è anche un fatto di genere, e colpisce in maniera particolarmente violenta le donne incinte. Il 10% delle donne, infatti, viene colpita da «depressione post partum», due casi su mille sfociano nella psicosi vera e propria.
Per aiutare le neo mamme, i loro compagni e i figli, che subiscono sempre le conseguenze del disagio della madre, a Milano è attivo un centro specializzato in depressione femminile, l’unico in Italia. È il «Centro studi per la prevenzione e la cura dei disturbi depressivi nella donna», inaugurato nel dicembre 2004 all’Ospedale Macedonio Melloni sotto la direzione di Claudio Mencacci. Il reparto ha in cura 250 donne, mentre 150 sono i controlli ambulatoriali che si svolgono al mese.
Per arginare «la piaga» della malattia mentale, il consigliere regionale di Forza Italia, Carlo Saffiotti, ha presentato ieri una proposta di legge a integrazione della legge Basaglia. «In Lombardia la psichiatria funziona, e sono stati raggiunti risultati importanti soprattutto per il numero di posti letto nei servizi psichiatrici di Diagnosi e di Cura, uno ogni 9.700 abitanti, delle strutture residenziali e delle comunità protette - spiega Saffiotti - ma ci vogliono più investimenti nell’adeguamento del personale per l’assistenza domiciliare. Solo il 9% del milione e mezzo di interventi individuali, infatti, è a domicilio».
La novità della proposta consiste nella «direttiva di partecipazione alla cura», una sorta di contratto che legherebbe a doppio filo servizi pischiatrici, paziente e famigliari. Sono 25mila i pazienti abbandonati a se stessi, che non vogliono farsi curare, trascurati o peggio nascosti dalle famiglie, è facile, dunque, che scompaiano dagli elenchi dei servizi. «Con questo nuovo protocollo - spiega Saffioti - vogliamo vincolare i pazienti a farsi curare, “costringendoli“ con il vincolo del contratto, o con il Tso nei casi di reticenza o di crisi. In questo modo si coinvolgono e responsabilizzano anche le famiglie e i servizi, cofirmatari del protocollo sicura».