Quando il concerto è «improvvisato»

C’è una rete sotterranea che raggiunge, anche a Milano e dintorni, una trama di personaggi dediti a promuovere altri suoni, musiche di confine assai lontane dai circuiti del consumo. Parliamo dell’improvvisazione libera, origini moderne legate a nomi quali Derek Bailey (chitarra), Ornette Coleman, Peter Brotzman e Peter Kowald, passando sul finire dalle parti di Anthony Braxton. No, niente jazz, che ha altre radici e iter, ma influenze atonali e dodecafoniche della tradizione colta europea.
Chi volesse saggiare questo filone ha l’occasione domani. Al festival indipendente Ah-Um, presso il Crt alle 21, si esibisce il pianista Alberto Braida (in programma con Roberto Bonati/contrabbasso - Massimo Falascone Trio e Re-Start - Massimo Falascone/sassofoni, live electronics ipod, Alberto Filippo Monico/batteria). È uno dei musicisti, non molti per la verità, che nel Bel paese rappresentano questa realtà di studio e ricerca.
«La storia dell’improvvisazione - esordisce - parte da lontano. Si pensi alla tradizione organistica dell’epoca barocca, poi a quel che succedeva nella forma pianoforte-orchestra, dove una parte detta cadenza non era scritta dall’autore del concerto ma veniva lasciata all’inventiva dell’interprete». I momenti di libertà allo strumento hanno attraversato i secoli con vari modelli e modi, a tratti eclissandosi, per poi ricomparire in tempi recenti. Spiega Braida: «Negli anni Sessanta c’è stato un ritorno di fiamma verso queste proposte. Ha funzionato per lo più nei paesi del Nord Europa, dalla Germania all’Olanda, passando per la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Qui in Italia dopo un momento di entusiasmo, l’attenzione è scemata. O quasi». Risultato, attualmente la «free improvisation», come si dice all’inglese, sembra proprio essere una faccenda da carbonari. A dimostrazione un’associazione assai poco pubblicizzata, una «rete» di musicisti/promotori di loro stessi e dei repertori in questione. Si chiama «Map of moods», opera su tutto il territorio. «Si occupano di organizzare recital e individuare luoghi disponibili ad accoglierli», racconta. Ci sono per esempio il negozio milanese Sound Metack, la Ciclofficina Nord Niguarda e la Casa del Popolo di Lodi. Ma che cosa si ascolta ai «live» di questi virtuosi dello strumento?
«Dietro c’è ricerca personale e un grande lavoro di artigianato; la musica? Nasce attraverso l’incontro con l’altro... ». Il risultato delle performance si basa sull’iterazione tra gli strumentisti oppure tra i musicisti e la gente intorno. Già, una forma di spettacolo che esige un tipo di pubblico tanto curioso quanto evoluto sul piano dell’ascolto. «In Italia c’è il festival “Controindicazioni”, l’unico da noi - continua -. Tra i suoi fondatori il sassofonista Mario Schiano, personaggio a cui si deve molto». Chi ha preso in mano il testimone dopo un lungo periodo di silenzi e latitanze artistiche è una generazione di musicisti tra i quaranta e i cinquant’anni (alcuni sono Giancarlo Locatelli, Fabrizio Spena, Edoardo Marrifa e Filippo Monica). Cercano in tutti i modi di tenere alta la bandiera di questo mondo raro, parente della tradizione jazz per certi versi, imparentato con Stockausen, Cage e Schönberg. Ma non ci si ferma, perché la ricerca continua.
Festival Ah-Um
teatro Crt
domani sera ore 21