Quando il giornalista «firma» le notizie dal grande schermo

In «Printe the legend» tutti i film sul «quarto potere»

Adriano De Carlo

È in libreria in questi giorni, a cura della casa editrice «Il Castoro», un volume che solo in apparenza sembra destinato agli addetti ai lavori, vale a dire i giornalisti, ai quali si aggiungono i cinefili: «Printe the legend - Cinema e giornalismo».
Curato da Giorgio Gosetti e Jean-Michel Frodon, «Printe the legend» - pagg. 302, euro 23.5 - riassume con precisione tutte le pellicole nelle quali il giornalismo è protagonista. Capolavori, ma anche film mediocri, sono analizzati da diverse angolazioni, mettendo in risalto gli aspetti umani, deontologici e occasionali di un mestiere ambito, amato, disprezzato e soprattutto indispensabile in ogni società il cui indirizzo socio-politico sia comunque la democrazia, spesso violentata o occultata.
Il titolo è stato «rubato» ad un film di John Ford L’uomo che uccise Liberty Valance, in cui il direttore di un giornale di una città di frontiera, sul finire del XIX secolo, pronuncia la frase cha appartiene di diritto alla mitologia del giornalismo: «Se devi scegliere tra la realtà e la leggenda, stampa la leggenda!».
Il libro è segmentato in quattro parti contenenti ciascuna altri capitoli redatti da critici cinematografici, come Alain Bergala, Jean-Louis Comolli, grande firma dei «Cahiers du Cinéma», Stefano Della Casa, docenti come Franco La Polla e giornalisti entrati davvero nella leggenda assieme al giornalismo, come Carl Bernstein, conosciuto dal grande pubblico attraverso il volto di Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del presidente.
Scritto con rigore e forse con eccessivo sussiego, «Printe the legend» ha forse il torto di rinunciare, quando sia necessario, all’ironia. La figura del giornalista è stata talvolta «strapazzata» dai filmakers, perché nessuno è perfetto, nel rispetto di una sincerità che è stata a lungo peculiare nel cinema americano, che non ha mai esitato ad affrontare i problemi interni che da anni dilaniano la società statunitense. È il caso del personaggio di Charlie Tatum, quello di L’asso nella manica, con uno straordinario Kirk Douglas, che disegnava con rabbioso istrionismo la figura di un giornalista cinico fino alle estreme conseguenze.
Il campionario dei giornalisti nel cinema è comunque esauriente e vi emergono i cari volti di Bogart, che in L’ultima minaccia, mentre al telefono un criminale gli intima minacciosamente di non pubblicare certi articoli, nel frastuono delle rotative che infastidisce il suo interlocutore, lo zittisce con la frase forse più emblematica del mestiere: «È la stampa bellezza, è la stampa e tu non puoi farci nulla!». E ancora Walter Matthau, Jack Lemmon, Gene Hackman, Clark Gable, che in 10 in amore è il più simpatico e umano dei giornalisti.
Il volume è corredato da circa duecento fotografie, nelle quali la parte del leone la fa il cinema americano. Non mancano testimonianze sul giornalismo nostrano, come ne La dolce vita e soprattutto Professione reporter di Michelangelo Antonioni. Pertanto un libro prezioso, analitico, che offre anche una ricca filmografia del cinema sul giornalismo, una sorta di piccola enciclopedia. Perché fare il giornalista non è dono divino, è solo un mestiere anomalo che riesce talvolta a trasformare le anomalie in atti di giustizia.