«Quando Milano era la capitale dei comici»

Derby, la Corte dei Miracoli, Zelig. Nomi che fanno ripercorrere 35 anni di cabaret sotto la Madonnina, dove sono stati tenuti a battesimo alcuni tra gli autori più significativi del panorama comico italiano, tra cui Lino Toffolo, Felice Andreasi, Massimo Boldi, Diego Abatantuono, Francesco Salvi, Claudio Bisio, Giorgio Faletti, Paolo Rossi, Enzo Iacchetti e tanti altri. Tra questi, i «Gatti di Vicolo Miracoli», gruppo composto da Umberto Smaila, Jerry Calà, Nini Salerno e Franco Oppini. Formazione rimasta celebre fino al 1981, quando Calà abbandona il gruppo dando il via al virtuale scioglimento del sodalizio artistico dei comici veronesi. Oggi i quattro, impegnati singolarmente in diversi progetti artistici, ci spiegano come è cambiata la comicità a Milano e in Italia.
JERRY CALA'
«La differenza rispetto ad oggi è che ai tempi del “Derby“, di Cochi e Renato e di tutti i comici di allora, noi inventavamo dei personaggi. Adesso invece l’80% della comicità è basata su artisti che imitano altri personaggi. Una volta questo genere faceva parte di un’altra branca, quella degli “imitatori”. In passato invece, i comici prendevamo spunto dalla strada, dai fatti della gente comune e si inventavano archetipi in cui le persone si riconoscevano, e questo faceva scattare la risata. Di allora conservo tanti ricordi, come quando vivevamo ancora tutti e quattro insieme in una grande casa vicino a viale Monza, in via Dei Cybo, e quel luogo per me era il centro del mondo. Alle sette di sera, arrivavano per l’aperitivo Umberto Tozzi, Marcella Bella, Silvia Annicchiarico, Diego Abatantuono, la Compagnia di Canto popolare... Poi andavamo sotto casa nostra, in una trattoria che si chiamava “Tribasei” che con pochi soldi dava da mangiare a tutti quanti. A casa nostra veniva anche Maurizio Costanzo, che ci aiutò a realizzare la nostra prima commedia teatrale che si chiamava “Quando nuovi occhi”. Dopo gli spettacoli al Derby, dove veniva a vederci anche Lucio Battisti, si andava tutti a mangiare al “Capolinea“ sui Navigli».
UMBERTO SMAILA
«Una volta c’erano due tipi di scuole cabarettistiche molto precise: la scuola romana e la scuola milanese. Quella milanese, la nostra, era una scuola con un filone di comicità di tipo surreale, con tracce di grottesco, di non-sense e cercava di non avere mai a che fare con la satira politica. Quella romana invece era una scuola di comicità e di satira smaccatamente politica. E la ritroviamo anche oggi in alcuni momenti del Bagaglino, per quanto riguarda la televisione. Il cabaret romano di allora era un po’ più volgare, e prendeva di mira Amintore Fanfani perché era piccolo, Giulio Andreotti perché era gobbo... un cabaret un po’ sboccato e anche dichiaratamente politicizzato. A Milano invece c’era tutta un’altra atmosfera. Diciamo che eravamo un po’ tutti figli putativi di Dario Fo, in quanto avevamo come maestro Arturo Corso che lavorava con lui, e che con la sua regia andava a firmare contratti in Svezia, Belgio, Germania. Erano gli anni ‘70 e c’era un’atmosfera veramente metropolitana per noi che provenivamo dalla provincia veneta. Oggi invece è tutto più omologato, come nel cibo. Tra i comici attuali, quelli più vicini a noi sono forse Aldo, Giovanni e Giacomo».
NINÌ SALERNO
«Il quoziente di creatività si è abbassato di molto, e non solo a Milano. Oggi nasce un comico al giorno; uno si alza la mattina, bussa alla televisione, e spesso accade che gli danno una possibilità, in quanto la tv è fatta dalla gente comune. Questo non solo nell’ambito del cabaret, ma anche nell’ambito dell’intrattenimento, vedi il caso dei reality. Noi Gatti, prima di approdare in tv, abbiamo fatto anni e anni di gavetta: quindi siamo approdati al piccolo schermo con un robusto background e un repertorio ben strutturato. Il fatto è che ieri la tv era un punto di arrivo, oggi un punto di partenza. Noi Gatti, quando non eravamo ancora nessuno, vivevamo più che altro di notte. Ricordo che al mattino, al rientro a casa, incontravamo un signore che aveva una fabbrica di cornetti e che al mattino si alzava alle 5. Ci guardava in cagnesco perché ci invidiava... noi andavamo a dormire, lui a lavorare. Tra l’altro, con noi viveva anche Abatantuono: cioè, dormiva a casa sua, però in pratica viveva da noi. Milano, in quel periodo, era piena di fermento artistico, ma anche malavitoso: era facile vedere ai nostri spettacoli al “Derby” Turatello, Vallanzasca, perchè era gente che viveva la “notte” e quindi la si vedeva anche in giro per i locali».
FRANCO OPPINI
«In questi anni, non solo per la comicità, ha preso il sopravvento la televisione. E’ chiaro che i grandi maestri, da Cochi e Renato a Jannacci, provenivano dalla grande scuola del Derby. Allora il cabaret viveva in una sorta di “clandestinità“; ma dopo, quando approdò in televisione, la gente non ebbe più bisogno di andare nei locali. Ai nostri tempi la gente aveva “fame di comicità”, ma non tutti potevano permettersi quegli spettacoli e la televisione ha aperto nuove possibilità di fruizione. Comici si nasce o si diventa? L’importante è che uno sappia far ridere. Ma c’è un distinguo. Infatti è facile far ridere con una battuta azzeccata. Noi però siamo stati gli antesignani del tormentone: con “Prova!” e con la canzone “Capito?” abbiamo vinto un disco d’oro. Abbiamo inventato la comicità della battuta fulminante, dello slogan o del tormentone, ma non solo. Eravamo capaci di fare scketch per un quarto d’ora e in televisione vuol dire un’eternità».