Quando Miuccia sfilava griffata

Si apre alla Fiera di Milano, poco prima delle undici del 10 giugno 1977, la «biografia non autorizzata» su uno dei marchi che hanno fatto la storia della moda mondiale dell'ultimo mezzo secolo, Vita Prada, a firma del giornalista Gian Luigi Paracchini (Baldini Castoldi Dalai, che sarà presentato oggi al Museo Minguzzi, via Palermo 11, ore 18.30). La signorina che in uno degli anni di piombo si affaccia in uno stand del Mipel per cercare di capire se qualcuno sta copiando le sue borsette, ha ventinove anni, camicia di seta da giovane sciuretta, gonna etnica di Saint Laurent e zoccoli sì contestatari, ma con dettaglio radical chic, la fascia in pelle, e si chiama Miuccia Prada. Insieme con lei un giovanotto in abito blu e camicia bianca e un cespuglio di capelli neri, Patrizio Bertelli. Già dall'incipit, Miuccia esce come un personaggio di transizione tra la borghesia milanese di stampo tradizionale e la gauche au caviar che ha poi incarnato nei primi anni del successo, senza mai tirarsi indietro di fronte alla definizione di «comunista snob». Il libro di Paracchini, che Miuccia ha letto ma non avallato («Scrive un libro su di me? Certo non glielo posso impedire» ha commentato) così come non ha confermato, nonostante l'invito, la presenza all'incontro di oggi, è stato «sudatissimo». Negli archivi ci sono in tutto trenta interviste e quasi tutte a giornali stranieri, ma questo, ci conferma Paracchini, deriva dallo spirito della buona borghesia milanese che in lei non si dà pace: «Sui giornali si va solo da morti». Il volume narra ovviamente di sfilate, Fondazione Prada, Luna Rossa, style concept e storie finanziarie di acquisti, cessioni ed esclusive, ma è il primo in assoluto a svelare l'anima barricadera da figlia dei fiori di Miu Miu, alimentata da una Milano contestataria, in cui lei, ex alunna del Berchet, esibiva lo spirito rivoluzionario con scelte a dir poco sconvolgenti per la famiglia di provenienza. Forse aveva ereditato lo spirito del nonno che, altro dettaglio inedito, abbinava anche lui commercio e politica: aprì il negozio in Galleria per vendere borse e quando andava a Londra «per affari», in realtà creava contatti segreti per portare documenti al fuoriuscito don Luigi Sturzo, rifugiato politico. Se il fatto che Miuccia si sia iscritta, più o meno in sequenza, a Scienze Politiche alla Statale (laureata con una tesi sul Partito Comunista e la scuola), alla scuola di mimo del Piccolo Teatro e al Partito comunista sezione di via Orti - allora capitanata dal futuro manager e volto mondano Chicco Testa - negli stessi anni Settanta in cui decide di insediarsi nel negozio dei suoi in Galleria, conosce l'allora redattrice di Vogue Manuela Pavesi e con lei va a Parigi spesso a fare shopping, sia controsenso o controcultura, lo decidano fan e detrattori. Quel che è certo è che, nella foto ormai storica in cui letteralmente «sfila» nei primi anni Settanta in centro a Milano con l'Unione Donne Italiane al fianco dell'amica Benedetta Barzini, il suo cappotto Yves Saint Laurent tradisce una mentalità ben lontana dal «No Logo» parola d'ordine delle sinistre contemporanee. Così come lavar pentole da risotto alla Festa dell'Unità per mostrare, paglietta e detersivo alla mano, lo spirito da compagna volontaria e pronta a tutto, mal si concilia con «la riflessione di almeno un paio di settimane» che secondo la testata modaiola Arena Homme Plus le sono oggi necessarie per scegliere i deliziosi tramezzini immancabili agli eventi firmati Prada. Ma la moda ha sempre l'ultima parola e poi forse è questo che significava veramente «Il diavolo veste Prada».