«Quando con Montanelli fecero (quasi) a cazzotti»

Carattere burrascoso in un fisico piccoletto ma con una taglia culturale da gigante, Leo Longanesi diceva che solo un cretino è pieno di idee. Da parte sua, pur non essendolo affatto, ne ebbe parecchie. Una delle più belle fu di fondare una casa editrice, che porta ancora oggi il suo nome: per farlo, sollecitato dall’industriale Giovanni Monti, si trasferì a Milano. Era il 1945. «L’anno in cui nacqui io, anche se poi mi spedirono subito in Romagna. Soffrivo di una forma asmatica e così finii a Imola, dalla nonna materna: tornai a Milano dopo la seconda elementare. Ricordo che lui veniva di rado a trovarci, sia durante l’anno sia durante le vacanze estive, che peraltro detestava. Credo che ci venisse per due motivi, soprattutto: per sua madre, che adorava e alla quale doveva moltissimo, visto che fu lei a portarlo in giro per l’Europa e a dargli una formazione culturale un po’ più ampia di quella che poteva avere un ragazzo nato e cresciuto tra Bagnacavallo e Lugo. E perché aveva una passione, più teorica che pratica in verità, per la campagna: gli piaceva l’idea di vivere in una casa tra i campi e gli alberi, anche se non ha mai preso in mano una vanga in vita sua... Quanto a me, credo che nella sua personale scala di valori venissi non al secondo, ma al terzo o al quarto posto. E per una comprensibile reazione, io ebbi sempre una grande soggezione di mio padre».
Quel «sempre» durò 12 anni, il tempo che separa la nascita di Paolo Longanesi - 62 anni, venti dei quali passati nella redazione del Giornale di Montanelli - dalla morte, giusto mezzo secolo fa, il 27 settembre del ’57, del padre Leo, un uomo che al Novecento diede beffardamente del “tu” e del quale invece il figlio, un po’ per antica soggezione un po’ per comprensibile rispetto, parla quasi sempre in terza persona. «Longanesi aveva un carattere tempestoso, mutevole, bastava poco: un atteggiamento, una parola fuori posto e s’incendiava... Quando veniva a trovarci in Romagna, dato che lui era Longanesi, una celebrità all’epoca, tutti i nostri vicini facevano a gara per averlo ospite. Pranzi attesissimi, preparati con cura che poi finivano inevitabilmente in discussioni animate, a volte violente. Longanesi, è noto, non aveva peli sulla lingua, quel che doveva dire diceva e così, a poco a poco, gli inviti si diradavano...». Mentre a poco a poco s’infittivano gli impegni: oltre alla casa editrice, ci sono i libri da scrivere, gli articoli per i giornali, la fondazione del Borghese, il diario da aggiornare, i disegni...
«Era sempre indaffarato in qualcosa, con la matita o coi pennelli. Attivissimo, gli piaceva mostrare le sue creazioni, anche a noi figli, a me, a Caterina e a Virginia. Ci faceva vedere le copertine dei libri o i disegni e poi ci chiedeva la nostra opinione. Figurarsi, eravamo così piccoli... Ricordo che lui dipingeva sempre al sabato o la domenica, e noi dovevamo preparargli i colori, aprire i tubetti, passare i pennelli... Devo dire che con noi ragazzi, quando c’era, era molto attento. Mi seguiva negli studi, mi regalava i libri, mi fece addirittura un abbonamento a National Geographic... ho ancora tutta la collezione di quegli anni...». Gli anni in cui papà Longanesi portava i figli al cinema parrocchiale “Fiammella”, quello di San Calimero, gli anni delle gite domenicali a Vigevano o a Morimondo - «Prese la patente tardissimo, e si comprò una Giardinetta: guidava talmente male che nessuno voleva salire con lui...» - delle cene a casa Longanesi, in via Mercalli: «Aveva molti amici: giornalisti, scrittori, ma anche industriali, milanesi o bergamaschi... Ma spesso si usciva al ristorante, alla trattoria “Da Andrea”, in corso di Porta Romana: è lì che da piccolo vidi per la prima volta Ansaldo, Montanelli e tutti gli altri... Cene molto vivaci, come tutto quello che faceva lui. Anche lì, bastava un niente per agitare la serata. Mi ricordo quella volta che lui e Indro iniziarono a litigare, a urlare e poi a sfidarsi: “Vieni fuori che regoliamo la faccenda a pugni”... Pugni che poi non si diedero mai: erano molto amici, anche se non sempre l’amicizia serviva a salvaguardare la pace...».
Pace, una parola di cui Leo Longanesi non conosceva il significato. Turbolento di idee e di carattere, non riesce a trovarla neppure oggi, a cinquant’anni dalla morte. Milano lo ricorderà a breve in un grande convegno - qualcuno dice solo «di parte», e neppure quella che culturalmente appartenne a Longanesi - ma forse un po’ in ritardo, e un po’ sottotono, vista la statura intellettuale del personaggio. «Le commemorazioni... Anni fa arrivavano tutte dalla stessa parte politica, ed erano disertate dalla parte opposta, la stessa che invece oggi cerca di appropriarsene suscitando i malumori dell’altra... È che siamo italiani, e l’italiano è fatto così: fazioso come ai tempi delle Signorie medievali. D’altra parte, l’intelligenza, da noi, è sempre passata in subordine all’impegno politico». Una cosa, questa, sulla quale il padre - forse per una volta - sarebbe perfettamente d’accordo con il figlio.