QUATTRO MESI E 12 PUNTI INUTILI

Sono passati quattro mesi dacché Prodi è risorto dalle sue ceneri e oggi abbiamo la conferma di ciò che Il Giornale aveva anticipato appunto 120 giorni fa, ossia che è stato tempo buttato. Mesi sprecati da un governo che non è in grado di governare.
Era la fine di febbraio quando Massimo D’Alema inciampò nella mozione sulla politica estera e cadde in Senato. In quel momento a noi del Giornale fu chiaro che Prodi era finito e con lui anche la compagnia di litigiose comari che lo sorreggeva. Ma quello che era evidente oltre che a noi anche alla maggioranza degli italiani, non lo fu per il centrosinistra. Invece di prendere atto che l’Ulivo si era rinsecchito in una sola stagione, Ds e margheritini vari, nel peggiore stile della Prima Repubblica, tentarono di rianimarlo con parole magiche come verifica, svolte, chiarimento profondo. Il presidente del Consiglio s’inventò perfino un programma di rilancio dell’azione di governo. Ve lo ricordate? Era composto di dodici punti, che Romano definì non negoziabili. Prendere o lasciare. Ovviamente il centrosinistra prese con un mano e lasciò con l’altra, direttamente nel cestino della carta straccia. A rileggere oggi quegli impegni prioritari viene da ridere, o da piangere, vedete voi. Pesco gli argomenti più concreti: nel documento i segretari dell’Unione s’impegnavano – testuale – «a una rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei». Come sia finita con la Tav lo sanno tutti. Per le altre grandi opere basta ricordare cosa è accaduto due giorni fa con la Brebemi, l’autostrada che dovrebbe collegare velocemente Brescia, Bergamo e Milano: la commissione del Senato l’ha bocciata.
Al punto quattro del piano di rinascita si promettevano i rigassificatori, al sette una significativa riduzione della spesa pubblica, all’otto il riordino del sistema previdenziale. L’ultimo punto è il più comico. Prodi si riservava l’autorità di decidere in caso di contrasto. Come dire: se non vi mettete d’accordo, alla fine scelgo io. In sedici settimane abbiamo assistito a uno spettacolo in cui i ministri dello stesso governo si schieravano uno contro l’altro, opponendosi di volta in volta al nuovo ordinamento giudiziario, alla riforma delle pensioni, alle grandi opere. In quattro mesi gli uomini di governo si sono fatti sgambetti e sberleffi e Prodi non è mai riuscito a sedare la rissa, dalla bocca non gli è uscita la fatidica frase: ora basta, si fa così. Solo dopo essere stato accusato di guidare un governo balneare, Romano si è svegliato e, accontentando la sinistra estrema, ha detto che le attuali norme previdenziali saranno abolite. Ma aveva appena finito di parlare che già Rutelli diceva il contrario, anzi gli dava dell’ipocrita. E subito Palazzo Chigi ha abbozzato una retromarcia.
Dei dodici punti di marzo non uno è stato realizzato. Questi ultimi quattro mesi, più ancora di quelli passati, hanno mostrato un governo senza qualità, ma soprattutto senza autorità. L’esecutivo è clinicamente morto, anche se fino ad oggi nessuno se l’è sentita di staccargli la spina. Ma c’è da star tranquilli: a sinistra molti sono a favore dell’eutanasia e non ci vorrà molto per trovare qualcuno che dica addio a Prodi.