Quei canti di dolore che arrivano dal Sud

G li spiritual - e in senso lato la musica religiosa afroamericana - è stato definito «la più bella espressione umana nata in America». Chiamati anche «sorrow songs» (canti di dolore), con lo sviluppo delle chiese pentecostali del profondo sud degli States acquistano una ricca articolazione e una illimitata ricchezza espressiva. Ci sono gli «anthems», gli «shankeys» i «ring shouts» in cui gli schiavi cantano e urlano muovendosi in cerchio, i «jubilee» e naturalmente i gospel (il cui nome nasce da God e spell, ovvero «parola di Dio»).
Il gospel è diventato un fenomeno culturale - ma anche di costume - in tutto il mondo, grazie alla grandezza di una interprete come Mahalia Jackson, a storici gruppi come i Blind Boys of Alabama, alla malìa degli antichi testi degli innari, ai 400 inni scritti da Thomas A. Dorsey e, come dice il padre spirituale del movimento di liberazione afroamericano William Dubois, «ripuliti da un evidente strato di scorie nascondono autentica poesia e autentico significato sotto contenuti teologici convenzionali e rapsodie prive di senso».
Il gospel, soprattutto a Natale, fa cassetta un po’ dappertutto, e spesso si riduce ad uno spettacolo poco più che folkloristico condito da Oh Happy Days e qualche altra canzone ad effetto. In questi giorni però arrivano alcuni spettacoli interessanti, che da un lato si collegano alle origini, dall’altro cercano di guardare al futuro anche attraverso contaminazioni ardite.
Nel solco della tradizione stasera ad Arese, nella Chiesa Santa Maria Aiuto dei Cristiani (per la bellissima rassegna «La musica dei cieli» con replica domani ad Abbiategrasso al Convento dell’Annunciata) si esibiscono i Mighty Clouds of Joy, californiani che da mezzo secolo (hanno vinto persino tre Grammy) portano avanti lo stile, a cavallo tra blues, folk e canto religioso, della vera musica religiosa afroamericana.
Al Teatro degli Arcimboldi si apre la tournée, significativamente intitolata «African Spirit» del Soweto Gospel Choir. Vengono dal Sudafrica (vengono da una baraccopoli dove di razzismo e segregazione razziale se ne intendono come un tempo nel profondo Sud degli States) e sono stati l’estate scorsa con grande successo al Festival di Spoleto. Potenti, coloriti, virtuosi ed emozionanti negli incroci vocali, i Soweto cantano acappella accompagnati dalle poliritmie dei tamburi, «perché sono strumenti della tradizione e della cultura africana, da sempre utilizzati per comunicare. Questa, è la nostra maniera originale di pregare Dio».
Da martedì prossimo al 28 dicembre arriva al teatro Nuovo il dirompente spettacolo teatrale Stand Up! A Gospel Revolution, dove sul palcoscenico le voci del gospel si fondono con le coreografie del rap e dell’hip hop grazie a 40 artisti guidati da CeCe Rogers (uno che piaceva molto a James Brown tanto per dire). Lo show, tra danze e musica, racconta una storia simbolica in cui s’intreccia e si rinnova il mistero e la forza poetica e popolare della black music.