Quei cortei sono soltanto una prova di debolezza

Bloccato nel traffico dai cortei degli studenti, guardavo con sgomento la loro gioia incontenibile di essere in piazza a gridare, di sentirsi uniti e forti contro il Potere: credevano di mortificarlo, del tutto insensibili al fatto che le vere vittime delle loro manifestazioni sono gli innocenti cittadini comuni. Lo sgomento veniva – più che dall’appuntamento perso – dal ricordo di averne fatti parecchi anch’io, di quei cortei, da studente: con la stessa esaltata indifferenza ai guasti che il blocco delle città può provocare in milioni di vite.
«Ma ai miei tempi era diverso», mi sono sorpreso a pensare, e subito è scattato l’allarme di un contropensiero: «Attento, così dicono i vecchi». No, invece, l’età non c’entra. Le differenze sono due, importanti: 1) la mobilitazione studentesca intorno al Sessantotto fu – all’inizio – del tutto spontanea e sfuggiva al controllo dei partiti; 2) sono cambiati la percezione e il significato stesso della «piazza»”. Cominciamo dal secondo punto.
La storia degli italiani si è svolta nelle piazze. Dopo l’antico Foro romano, sin dal Medioevo la piazza è stato luogo di incontro e di scontro, di scambio e di rito civile e religioso. Le cattedrali sorgevano nella piazza centrale delle città, e nello stesso luogo il potere laico dei comuni volle innalzare la propria torre. In un’altra piazza, quella del mercato, si svolgeva la vita economica e commerciale e in piazza si è formato il carattere italiano, così aperto al prossimo e così pronto a gabbarlo.
In piazza si svolsero episodi esaltanti del Risorgimento, i primi scioperi operai, le manifestazioni interventiste della Prima guerra mondiale, gli scontri fra socialisti e fascisti. In piazza il fascismo esaltò le sue adunate oceaniche e negli stessi luoghi l’antifascismo celebrò raduni altrettanto oceanici. Portare il popolo in piazza aveva una legittimità e una nobiltà politica quando Giuseppe Di Vittorio mobilitava le folle contro il latifondo, o ai tempi della battaglie per il divorzio. Anche negli anni Sessanta e Settanta i cortei che riempivano le piazze avevano un senso, perché erano l’unica possibilità di farsi vedere e ascoltare.
Oggi quelle stesse mobilitazioni hanno un che di falso, oltre che di arcaico. Il potere è stato enormemente decentrato e ridistribuito, in miriadi di consigli e comitati, da quelli scolastici a quelli di quartiere; la moltiplicazione dei media - dalle televisioni, alle radio, ai blog, ai forum, a tutte le possibili strade internettiane - consentono di farsi ascoltare senza bisogno di occupare le città. Questo vuol dire che quando le opposizioni (sono sempre le opposizioni) mobilitano la piazza, in apparenza è una prova di forza, in realtà è una dimostrazione di debolezza.
È come esibire i muscoli dopo che la politica ha fallito, è come dichiarare che non c’è altra strada se non urlare, invece di proporre e discutere. Tanto più quando vengono eccitati gli studenti, che è cosa facilissima. L’urgenza giovanile di protestare è una caratteristica necessaria e addirittura giusta, guai se i giovani partissero contenti del mondo in cui si trovano, proni e rassegnati. Però l’impressione è che questi ragazzi - privi di prospettive e di identità certa, non per colpa loro – vadano alla ricerca di un’identità vecchia e superata, rintracciandola più nella confusione del Settantasette che nell’eversione del Sessantotto. E che comunque, ancora una volta, non sia un’identità loro.
Quanto al decreto Gelmini, mi sembra che il suo principale difetto sia anche il suo principale pregio: non si tratta ancora di una vera riforma, ma di una cura da pronto soccorso, in attesa di operare in profondità e radicalmente come è necessario. Per questo sarà necessario, oltre che opportuno, lavorare anche con l’opposizione. Purché l’opposizione smetta di mandare gli studenti in piazza, che è l’approccio peggiore a un buon lavoro politico e un danno agli studi che si vorrebbero salvaguardare.
www.giordanobrunoguerri.it