Quei guerrieri neri col pugnale tra i denti

Torna il libro di Solari sugli Arditi di Milano, dal futurismo al fascismo

Il 19 gennaio 1919 si riunirono per la prima volta a Milano, in Corso Venezia 65, in casa di Filippo Tommaso Marinetti. «Futuristi e arditi vissero in comunione fraterna. In casa di Marinetti le prime scarse adunate nella sala della biblioteca, pavesata di manifesti e dipinti futuristi, incomprensibili alla maggioranza dei presenti, si svolsero le prime discussioni e si ebbe il primo bivacco». Era l’emanazione milanese dell’«Associazione Nazionale fra gli Arditi d’Italia», fondata qualche giorno prima a Roma dall’allora tenente degli arditi (poi rivoluzionario e «fascista intransigente») Mario Carli. A Milano li guidava il capitano Ferruccio Vecchi ed erano strettamente legati al movimento futurista. Nomi che nessuno ricorda o vuole ricordare, come l’eterno ribelle Edmondo Mazzucato, anarchico, redattore del Grido della folla, della Protesta umana e - con Corridoni e Rossoni - del Rompete le file; come Mario Giampaoli, collegamento tra gli arditi e il movimento fascista; come il dandy decaduto Gino Svanoni e tanti altri come Cesare Betti, il volontario fiumano Gianni Brambillaschi, l’ascetico Giovanni Cornelli... Non è una celebrazione, un’apologia o un j’accuse; è un capitolo volutamente lasciato nei risvolti della memoria, che il libro Gli arditi di Milano nella rivoluzione fascista di Cesare Solari (Editrice Barbarossa) riporta oggi finalmente alla luce in tutte le librerie e sul sito www.orionlibri.it.
Il volume, pubblicato in prima edizione nel 1926 e scritto da Cesare Solari (medico, giornalista ed eroe della Grande Guerra, fu anche comandante dei Vigili di Milano e ufficiale ospite a Londra presso Scotland Yard), torna a cura di Maurizio Murelli. Rivivono così le vicende dell’arditismo inquadrate in un ampio contesto storico che spazia dai reparti di esploratori del Regio Esercito nel 1914, alla fondazione nel ’22 del Gruppo Arditi di Guerra del Fascio Milanese, ovvero dal futurismo ai fasci di combattimento di Mussolini.
Perché questo libro? «In un periodo di atrofia di cultura originaria - dice Murelli - ove conta solo ciò che viene dall’estero, ci si domanda perché cento anni fa l’Italia fu epicentro di ogni sorta di avanguardia culturale, artistico e persino militare. Gli italiani al fronte non erano tanti piccoli Alberto Sordi pavidi e vili comandati da incompetenti ufficiali. Tra i tanti volontari vi furono Marinetti, Bucci, Boccioni, Sironi, Carlo Erba e non ultimi Mussolini e D’Annunzio. Il corpo delle truppe d’assalto, meglio noto come arditi, era addestrato a ogni sorta di disciplina marziale e si distingueva anche nella divisa; camicia aperta, pantaloni alla zuava, fez. Questo soldato fu una prima mondiale che si rese protagonista del riscatto italiano dopo la rovina di Caporetto». Quindi nostalgia? «No - replica Murelli - vogliamo far riflettere sulle avanguardie che conducono a movimenti contro l’ordine costituito quando questo è putrefatto, vecchio, incapace di reagire».
Non va dimenticato che gli arditi (fiamme rosse i bersaglieri, fiamme verdi gli alpini, fiamme nere la fanteria) ebbero una notevole influenza sul pensiero e sull’estetica dell’epoca, tanto che i loro simboli - il teschio con il pugnale tra i denti - furono adottati non solo dalle prime formazioni fasciste ma anche da molte squadre comuniste romane (in camicia nera e teschi dal filo d’argento). E lo stesso saluto «A noi!» venne utilizzato sia dai fascisti sia dagli Arditi del Popolo col pugno chiuso. «Ci si domanda se un nuovo movimento culturale potrà mai sorgere recuperando l’antico spirito italico - chiosa Murelli -. Impossibile? Chi nel 1917 avrebbe detto che di lì a qualche anno l’Europa non sarebbe stata bolscevica ma fascista? E chi nel ’40 avrebbe scommesso sull’Europa di Yalta? Chi sul crollo del Muro di Berlino solo nei primi anni ’80? E sull’implosione dell’Urss? O sulla crisi odierna degli Usa?».