Quei «lager» che per cinque secoli hanno salvato i piccoli abbandonati

Dai romanzi di Dickens al collegio milanese dei Martinitt: con gli istituti scompare una pagina di storia spesso ingiustamente travisata

Abbiamo abolito l’esame di quinta elementare. Abbiamo eliminato il servizio militare. Fra poche ore chiuderemo per sempre gli orfanotrofi. Mentre voltiamo pagina, mentre chiudiamo tante porte alle nostre spalle, la sensazione è sempre la stessa: andava fatto, è giusto farlo, ma ripensandoci bene quello che cancelliamo non era poi così male. Aveva i suoi lati positivi. Ci ha aiutati a diventare migliori. E non è detto che nel futuro troveremo alternative ideali.
Nei nostri incubi infantili l’orfanotrofio era il nero della tristezza opposto al bianco del calore domestico. Per i nostri genitori, era un minaccioso termine di paragone: lamentele, pretese, capricci, tutto veniva rimandato all’esistenza infelice dentro quell’infernale istituto, dove tanti coetanei di noi privilegiati conducevano un’esistenza tremenda. Bastavano poi le prime letture di Dickens per completare nell’immaginario il quadro lugubre e tetro di un mondo letale, tra stanzoni gelidi, vetri rotti, vestiti sdruciti, minestre rancide e aguzzini maneschi. Tutto sommato, dei poveracci condannati a gemere dentro quelle umide mura - spesso collocate proprio nel centro della città, sotto i nostri occhi - ci spaventavano più queste disumane condizioni di vita, che la reale ed effettiva sorte toccata drammaticamente loro, cioè la solitudine, cioè l’insostenibile destino di non avere più genitori. Crescendo, però, questa raffigurazione da teleromanzo in bianco e nero, colpevolmente riprodotto anche al cinema da registi vagamente sadici, è andata lentamente sbiadendosi. Crescendo e diventando adulti, abbiamo orecchiato cose nuove e sorprendenti. Per esempio, eventualità allora inconcepibile, abbiamo scoperto l’esistenza di strani individui non solo miracolosamente scampati alla cayenna dell’orfanotrofio, ma addirittura orgogliosi e fieri d’esserci stati, anzi, di più, vistosamente imbambolati da dolce nostalgia al solo pensiero di quei tempi andati. Di scoperta in scoperta: abbiamo appreso strada facendo che i miserabili ospiti di quelle celle disumane sono sopravvissuti in sana e robusta costituzione, finendo spesso per affrontare la vita in un modo tutto diverso, più appassionato e più serio, più coraggioso e più saggio, qualche volta persino più felice. Quando poi alcuni di loro sono finiti in primo piano sulle copertine di «Vogue» e di «Capital», raccontando i propri successi nelle arti e nei mestieri, come Leonardo Del Vecchio e Angelo Rizzoli, allora finalmente e definitivamente ci si è accesa una lampadina: sta a vedere, abbiamo cominciato a dubitare, che gli orfanotrofi non erano poi quei crudeli lager edificati dalle nostre fantasie...
«No, non erano lager: mentre ci accingiamo a chiuderli del tutto, possiamo dire tranquillamente che si portano dietro una valorosa funzione sociale»: ad assegnare questo meritato e doveroso riconoscimento è il professor Edoardo Bressan, docente di storia all’università di Macerata, studioso in particolare delle istituzioni sociali e religiose (tra le altre cose, è autore con Giorgio Rumi della biografia di Don Gnocchi).
Il professore non è certo un ultrà dell’orfanotrofio, trova del tutto giusto «più che chiuderlo, cambiarlo - come sta facendo la legge - in piccole comunità al passo coi tempi», però rifiuta energicamente l’equazione orfanotrofio uguale pena, sofferenza, lacrime e magari pure cinghiate. «Per un’istituzione nata nel Cinquecento con le riforme religiose, non si possono certo escludere pagine buie. Ma non confondiamo le brutte eccezioni con il clima generale, diciamo di severità e disciplina, che si respirava negli istituti: in fondo, anche fuori, in famiglia e nelle scuole, c’era più severità e più disciplina di oggi. L’orfanotrofio era perfettamente in linea con i costumi dei suoi tempi...».
Detto questo, dovremmo poi avere il gusto di ammettere che per generazioni e generazioni l’orfanotrofio ha fatto bene anche a noi, fortunatamente sorteggiati dal Cielo a vivere al di qua del portone. Per secoli, i grandi caseggiati affollati di bambini soli hanno tirato avanti grazie alla nostra generosità. Prima che il mondo si allargasse, prima delle adozioni a distanza e del volontariato nelle Onlus, le nostre offerte, esigue o cospicue, ricorrenti o saltuarie, spontanee o guidate, finivano molto spesso lì, tra le camerate e nelle mense degli orfanelli. Fino a quando lo Stato non ci ha messo mano, cioè solo nel Novecento, toccava alla Chiesa farsi carico dei bilanci, ma se questa impresa della speranza riusciva nel miracolo era anche perchè poteva poggiare l’affannosa contabilità su lasciti e donazioni. È storia: tante volte la sola idea dell’orfanotrofio ha smosso inconsapevolmente la nostra parte migliore.
Se oggi Milano è ancora orgogliosa di legare la sua anima di intraprendenza e di riscatto allo spirito dei Martinitt, se praticamente tutte le città d’Italia conservano nella memoria un istituto antico e glorioso, come se ogni luogo avesse i suoi propri martinitt, significa semplicemente che gli incubi della nostra infanzia erano quanto meno un po’ ingenerosi. Oggi possiamo dirlo: tra luci e ombre, così come è segnata da luci e ombre pure l’avventura di tutti i ragazzini cresciuti al di qua del portone, la lunga storia che avrà capodanno come capolinea è sicuramente una storia a lieto fine. Dopo cinque secoli, il momento è arrivato. Chiudiamo l’orfanotrofio con molta gratitudine, senza inutili nostalgie. Sperando soltanto di non trovarci mai a rimpiangerlo.