QUEL CHE RESTA (DI BUONO) DEL ’68

È probabile, anzi certo, che sentendo parlare di Sessantotto il lettore abbia una più che giustificata sensazione di rigetto, essendo tanto numerose e stucchevoli le rievocazioni di quell’anno. È ancor più probabile, anzi ancor più certo, che il lettore abbia fatto un balzo sulla sedia dopo aver visto il titolo. Infatti che cosa mai può esserci, «di buono» nel Sessantotto?
Andiamo con ordine. Primo. I moti di quell’anno non furono affatto, come sbrigativamente si è fatto più volte passare, una rivolta dei poveri contro i ricchi. Tutto si consumò nella parte più ricca e più libera del pianeta: l’Occidente democratico. Non era il migliore dei mondi possibili, ma era probabilmente il mondo meno iniquo di tutti i tempi. Secondo. Non fu affatto una rivolta «comunista». In Italia i comunisti, faciloni come sono sempre gli italiani, credettero di cavalcare la protesta, illudendosi che i giovani potessero riporre le loro speranze in un’ideologia ottocentesca e già obsoleta qual era il marxismo-leninismo. Nacquero, è vero, un’infinità di gruppuscoli di estrema sinistra, ispirati più al comunismo terzomondista che a quello ortodosso: ma naufragarono tutti penosamente. Di quella parte politicizzata, grazie al Cielo, non è rimasto più nulla. «Quel» Sessantotto ha perso.
Ha invece vinto il Sessantotto della rivoluzione dei costumi, che poi era quello originario, cominciato in America con gli hippies e i «figli dei fiori». Ha vinto, soprattutto, la grande rivolta contro il mondo dei padri, quello del benessere cominciato nel dopoguerra, quello delle «tre emme» - marito (o moglie), mestiere e macchina - che i giovani vedevano come una gabbia soffocante e priva di ideali.
Com’era, quel vecchio mondo? Nei giorni scorsi Michele Serra, su Repubblica, ne ha ricordato gli ipocriti formalismi, una certa finta religiosità codina, la voracità di una classe imprenditoriale che nulla voleva concedere, l’autoritarismo di professori e polizia, di giudici ed esercito, e così via. A costo di scandalizzare il lettore, dico che Serra non ha tutti i torti. È vero che gli operai, in Italia, erano pagati meno che nel resto d’Europa, e che venivano schedati se si iscrivevano al sindacato; è vero che le studentesse non potevano portare i pantaloni e che in classe dovevano tenere i capelli raccolti; è vero che i liceali del Parini che confezionarono, sul loro giornaletto d’istituto, un’inchiesta sull’amore tra i giovani, finirono addirittura in tribunale; è vero che molte ragazze erano costrette a sposare chi veniva loro indicato da un padre-padrone; è vero che La dolce vita di Fellini rischiò di non avere il visto della censura perché nel film si parlava di suicidio. Insomma è vero che quel mondo esplose perché soggetto a un’insostenibile compressione.
Questo giornale nacque anche per opposizione alla sbornia che a quell’esplosione seguì. E non c’è nulla da rinnegare, nelle battaglie che i nostri predecessori fecero su queste pagine. Vivaddio se, in un coro di miserabile conformismo, ci fu Il Giornale a tenere alzata la bandiera del buon senso. Ma ricordare le ragioni di chi fondò questo quotidiano non ci esime dal riconoscere, adesso, che: se oggi è aumentata l’attenzione per i più deboli; se sono caduti certi ipocriti formalismi nei rapporti fra le persone; se il censo non è più il criterio unico per stabilire una gerarchia fra gli uomini; se i matrimoni sono meno «combinati» di un tempo; se ci si può permettere di porre in discussione la parola di chiunque detenga un potere costituito, tutto questo è anche merito del Sessantotto. Ciascuno di noi - anche chi, come il sottoscritto, quegli anni non li ritiene affatto «formidabili» - di quella stagione ha raccolto e più o meno consapevolmente accettato una qualche eredità. Banalmente: qualche sera fa, parlando del Sessantotto in un collegio universitario, mi è venuto spontaneo esordire dicendo: «Se oggi mi permetto di presentarmi a voi senza cravatta, questa è una conseguenza del Sessantotto. Una conseguenza che non mi dispiace».
Ma ora che abbiamo fatto il nostro non dico mea culpa, ma il nostro modestissimo outing, è agli ostinati reduci di quella stagione che ci rivolgiamo; e, più in generale, a tutti coloro che, acriticamente, mettono tutti gli stravolgimenti di quel tempo nel calderone delle «conquiste civili». E ci rivolgiamo loro per chiedere un’altrettanto sincera disamina della realtà.
Il Sessantotto ha sì spazzato via tante cose che andavano spazzate via. Ma, come si usa dire, con l’acqua sporca è stato gettato via anche il bambino. Siamo passati, purtroppo, da un estremo all’altro. La critica al padre-padrone si è trasformata nella distruzione del padre, ridotto quando va bene alla stregua di un «amico»; quella alla famiglia, nella distruzione della famiglia. I motivati sospetti sulla sincerità e rettitudine di chiunque incarnasse un’autorità, si sono trasformati nella cancellazione del principio stesso dell’autorità. Perfino nella Chiesa la voglia di rinnovamento delle forme ha finito per inquinare la sostanza.
Il mondo pre-Sessantotto aveva tanti difetti. Però anche tradizioni millenarie che sono state polverizzate, e che ci hanno infine condotti all’attuale ideologia dominante: la quale non è il comunismo, come fingevano di credere quei figli di papà che gridavano viva Marx-viva Lenin-viva Mao Tzetung, ma un assoluto nichilismo o - per usare le parole di papa Ratzinger - la dittatura del relativismo. Faccio quel che mi pare, non esiste alcuna verità. È questo, purtroppo, il lascito più pesante di quegli anni.
Michele Brambilla