Quel lago rifugio di patrioti e poeti Così Manzoni sfuggì agli austriaci

Secondo solo al Lago di Garda, il Lago Maggiore, dalla sagoma un poco arcuata a boomerang, si apre al cielo con l'impluvium, il bacino di raccolta delle acque piovane, forse maggiore di ogni altro nostro lago. Che ci sia in questo un poco di orgoglio meneghino non c'entra certo con la sua formazione geologica e i successivi assestamenti di terremoti lontani nel tempo ma a noi piace farlo notare perché quel tratto della costa piemontese, che si snoda piana sotto il frequente vergere della pendenza dei monti (da cui il lemma di Vergante) tra ville e parchi favolosi da Arona sino a sfociare nel Canton Ticino appartenne tanto a lungo alla Diocesi meneghina da farne la sua Riviera d'acqua dolce e ancora vi si parla, persino nella limitrofa Svizzera, un sostanzioso «milanese arioso» e non il piemontese con le bollicine francesi.
Questo è tanto vero che, pur appartenendo al Piemonte la provincia di Novara, tanto considerata affiatata con Milano nel mondo degli affari che l'architetto Giuseppe Balzaretti nel 1871 ne incluse spontaneamente lo stemma comunale con quelli lombardi sulla facciata che dà sulla via Verdi della «Cà de sass», la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. È uno stemma con la croce rossa in campo bianco, come inspiratoci da Costantino il Grande, mentre lo stemma sabaudo ne è il negativo: la croce bianca in campo rosso.
Gli esuli prudenziali vi accorsero al malcombinato rientro degli austriaci, con la firma il 6 agosto 1848 del sabaudo generale Salasco dell'armistizio con l'Austria, a tentennante Carlo Alberto già nascostamente fuggito dalla Porta Vercellina verso Torino. Gli austriaci si riversarono in Milano frementi di vendetta verso il popolo che li aveva saputi così bene estromettere nelle indomite Cinque Giornate del 18-22 marzo del 1848. Un esempio per tutti di riscattarsi dallo straniero occupante.
Fu un altro «quarantòtt» e fu allora che milanesi illustri vi si insediarono, riparando così all'estero per sottrarsi temporaneamente all'Impero austroungarico, portarono la loro parlata e ne fu così ammirata la decisione di comportamento che i locali assunsero ad apprendere la lengua mader meneghina, parlata tuttora seppure con qualche perdonabile storpiatura. Gli esuli volontari si riversarono soprattutto su quella striscia che da Arona porta a Stresa e così nacque un adagio che snocciola in successione questa collana di bellissime località e ancora serpeggia fra i vecchi abitanti: «Aròna dà nient, mèj 'nà Lesa che bèl girà a Stresa». Questa considerazione suona furbescamente così: «Arona Dagnente, il paesino vicino dove ha la villa Mike Bongiorno... è meglio andare a Lesa che un bel girare, cioè Belgirate... a Stresa. La sede suggerita maggiormente dal detto fu dunque Lesa, il cui toponimo si rifà al latino lex, legge, perché lì vi era il mandamento legislativo della zona e vi erano concentrati notai e avvocati. E lì vi si trasferirono illustri nostri personaggi. Come Alessandro Manzoni favorito anche dall'occasione di poter insediarsi nella villa Strada, della seconda moglie, dominante la statale. Questa fu la sua base per recarsi a una mezza via a colloquiare filosoficamente con l'abate Antonio Rosmini e, poiché don Lisander sovente balbettava per l'emotività, funse da tramite l'influente pubblicista storico Ruggero Bonghi.
E così fu per il patriota Giulio Carcano, noto novelliere e accanito traduttore shakespeariano, e per molti altri fra cui Cesare Correnti, che fu il segretario generale del Governo Provvisorio della Milano insorta nelle Cinque Giornate, e capitò proprio nella prima villa in quel di Lesa, provenendo da Meina. Il ritiro è segnalato da una lapide sul muro di cinta.
Proprio lì si insediò Cesare Correnti, prima di ributtarsi nelle alte cariche dello stato italiano, e si buttò, è supponibile tanto per dare la stura alla sua cultura e per far qualcosa di utile, a stilare degli annuari zeppi di nozioni e consigli assumendo l'anonimato come riferito a un proseguimento meglio aggiornato di un'analoga pubblicazione, veterana di un secolo (uscì nel 1726), dello stampatore Giuseppe Vigoni e che fu di grande successo: «La luna in corso. Osservazioni del dottor Vesta-Verde». Così si firmò, e pochi lo sanno badate bene: «Il nipote del Vesta-Verde».
Il primo numero uscì nel 1848 e poi, anno per anno, durò sino al 1859 quando il Correnti salì alle alte cariche politiche di un'Italia ormai in fase di unità nazionale. Sorpresa per sorpresa, ecco una diagnosi per coloro che hanno «l'abitudine di lavorare poco o nulla al lunedì e che va perdendosi di giorno in giorno»: sono «i fannulloni»: la sindrome viene definita come «La lunediana»!