Quel muro da abbattere

In Italia ci sono 23 milioni di persone che ogni mattina si alzano per fare il loro mestiere di dipendenti. In questa moltitudine solo una piccola parte era già impiegata nel 1970, quando una legge sul lavoro, appunto, fu votata e approvata dal Parlamento. La generazione dei lavoratori che ha iniziato in quegli anni rappresenta il 10 per cento del totale (2,2 milioni sono i lavoratori con un’età compresa tra i 55 e i 64 anni).
Ma il punto non è che essi rappresentino una minoranza, il punto è che l’organizzazione del lavoro e il lavoro stesso in 40 anni è cambiato alla velocità della luce. Nell’ultimo contratto dei metalmeccanici, faticosamente approvato, si prevede addirittura un’identificazione normativa e disciplinare tra operai e impiegati. Gli operai non sono scomparsi (se non nel programma del Pd, che si affanna a rimuovere ogni incrostazione operaista): solo tra i metalmeccanici ce ne sono più di due milioni a cui sommare 300mila chimici e 600mila tessili. Insomma rispetto ai sette milioni di operai del 1970 si è passati a tre milioni.
Tanti numeri per dire che la figura dell’operaio tradizionale si è andata restringendo dal ’70 a oggi, ma non è scomparsa. All’interno di questo universo sono cambiati i ruoli, le funzioni, le organizzazioni, i «padroni». La Fiat di Melfi è diversa dalla Mirafiori degli anni ’70.
Ma immutabile, immarcescibile, intoccabile è rimasto lo Statuto dei lavoratori. Tutto è cambiato, ma non quel reticolo di norme pensate alla fine degli anni ’60, per una macchina, quella industriale, che ha fatto passi da gigante. A ciò si associ il cambiamento fondamentale anche della nostra società. In cui la forza lavoro ha preso strade di flessibilità (talvolta sfruttamento) inimmaginabili prima. Modificare, rivedere, riscrivere le tutele sul lavoro è dunque un obbligo. La confindustria di D’Amato, con l’attacco all’articolo 18 sulla illicenziabilità dei dipendenti, ha provato senza successo a gettare il sasso nello stagno. Ha ottenuto una sconfitta che ha risepolto il tema delle regole sul lavoro. Complice ovviamente un sindacato che, comprensibilmente dal suo punto di vista, fa di quella legge un monumento di intoccabilità.
Gli effetti negativi di questo conservatorismo sono sostanzialmente due. Il primo riguarda gli operai stessi: il sistema di contrattazione collettiva non li ha garantiti nel loro potere di acquisto. L’ansia uniformatrice sulla retribuzione ha danneggiato in ultima analisi proprio la parte più debole della nostra popolazione.
Ma c’è un secondo aspetto altrettanto grave: l’incapacità anche concettuale di immaginare un lavoro al di fuori di quello pensato dallo Statuto dei lavoratori, con la sua pretesa universalistica. Un sistema che ha prodotto l’aberrazione dei «paria subordinati» (almeno due milioni), ai quali si applicano tutele zero e si impongono contributi superiori al 20 per cento nella folle idea di creare per questa via una pensione. Che non potrà arrivare visto il sistema contributivo in atto e la discontinuità tipica di questo genere di occupazione.
Toccare la legge 300 del 1970 vuol dire scardinare il conservatorismo sindacale che tutela, e male, solo gli insider e considerare il mondo del lavoro nella sua nuova complessità.
Nicola Porro