Quel segno del destino chiamato Centrale

diLa linea numero 5 non si può raccontare in un solo articolo, non tanto per la lunghezza del percorso quanto per l'importanza dei luoghi che tocca, da corso Buenos Aires - dove si registra il maggior traffico di passeggeri - alla Maggiolina fino a Niguarda, con la sua minacciosa imponenza egizia. Ma un punto in particolare richiede una trattazione a sé: la Stazione Centrale, l'altra Cattedrale di Milano, dove i problemi della città e quelli del mondo intero sembrano parlare la stessa lingua e raccontare la stessa storia.
Il 5 inizia il suo percorso all'Ortica, a ridosso del terrapieno della ferrovia. Vie tranquille, un bel bar-tabacchi, un camper con una famigliola di zingari. Il sabato pomeriggio prosciuga le periferie lasciando sul posto i derelitti di tutte le specie, chi per una ragione o per l'altra (ragione di solito tatuata sui loro corpi sotto forma della debolezza, della vecchiaia, o di una riga che il Padreterno sembrerebbe aver tirato male). Perciò non andate in periferia di sabato pomeriggio, specialmente se fa caldo: non perché possa capitarvi qualcosa di male, ma perché non capireste veramente come sono quei luoghi.
Il percorso del 5 si allunga per via Amadeo - la avenue dell'Ortica - e prosegue col nome di via Beato Angelico, che è una strada interessante perché fa da confine a Città Studi ed è popolata di graziose casette - talora vittime di inspiegabili abusi edilizi - tipiche dell'architettura del bel quartiere universitario. La stessa architettura si trova, con nuovi elementi, nella via seguente, via Tiepolo, che attraversa la graziosa piazza Aspari per concludere il suo cammino in piazza Ascoli, famosa per la scuola Tiepolo e l'istituto Virgilio, che hanno sede in un palazzo d’epoca fascista, oggi riconosciuto come monumento nazionale, la cui forma ricorda quella di un'aquila con le ali ritratte.
Fin qui pressoché rettilineo, il percorso del 5 si fa più movimentato, e dopo l'incrocio con corso Buenos Aires prende la direzione della Centrale. Non è difficile definire la Stazione Centrale come uno dei luoghi sacri della città. Il partire e l'arrivare sono già di per sé una metafora del Destino e del viaggio che tutti stiamo compiendo nella vita. A differenza però dell'aeroporto, frequentato solo da chi viaggia e da chi lavora a servizio dei viaggiatori, la stazione ferroviaria è immersa nella la città, vive la vita della città, e raccoglie per facoltà attrattiva tutto ciò che non ha la forza di opporsi al Destino - che non ha, voglio dire, nessun lavoro, nessuna occupazione, nessuna attività che lo inserisca nel mondo attivo, il mondo che ha da fare (lavorare, amare, godere) - e perciò rinvia continuamente l'appuntamento col Destino stesso. Ma un poveretto, un barbone, uno squattrinato, un fallito, chi insomma si è perso, dove va? Magari solo nella speranza di rimediare qualche soldo per bere? Va alla Centrale.
Fino a qualche anno fa, la Stazione Centrale di Milano era solo quello che ho detto: un luogo che accomunava il mistero del viaggiare e l'umana fragilità in un mix che colpiva il cuore e che faceva tutt'uno con quelle volte annerite dal fumo grasso delle vecchie locomotive a vapore. Non c'erano negozi, o quasi, e così la necessità di viaggiare si trovava, senza niente in mezzo, a tu per tu con un concentrato di quella sofferenza diffusa che esiste, diluita, dentro la città. In Centrale la gente moriva, la si vedeva morire, e non per caso il grande scrittore Giovanni Testori ambientò proprio in Centrale la sua famosa pièce teatrale In Exitu.
Quand'ero ragazzo la Centrale era, soprattutto nottetempo (ma anche di giorno), un luogo abbastanza pericolosetto, dove i brutti incontri erano all'ordine del giorno. Una volta, nel 1977 - avevo ventun anni - decisi di passare la notte seduto nel mezzanino del grande atrio a guardare quello che succedeva, e vidi in effetti per due volte gente che si rincorreva e si picchiava, e a un certo punto arrivò anche la polizia. «Lei che c*** ci fa, qui?» mi disse il poliziotto mentre mi controllava i documenti. «Sono venuto qui per vedere» risposi. «Non si viene qui per vedere» replicò.
Ora, almeno in parte, le cose non stanno più così. Il cambiamento, tardivo, della Centrale l'ha resa più bella e più sicura. Una capillare opera di pulitura l'ha restituita al suo chiarore originario, alla sua monumentalità. Lavori di ristrutturazione l'hanno mutata radicalmente. La sua architettura è stata resa in grado di ospitare, senza troppi deturpamenti (anzi) un vero e proprio centro commerciale, per ora funzionante solo in parte. Molte critiche sono state mosse a questa metamorfosi. Sicuramente c'è per chi viaggia qualche disagio in più: per acquistare il biglietto occorre venire con largo anticipo perché la biglietteria è sempre congestionata, un po' per la non perfetta organizzazione (ci sono più sportelli per la Tav che per tutti gli altri treni messi insieme) e un po' perché la gente è tanta, sempre di più. Inoltre si è detto che i tapis roulants al posto delle scale mobili rallentano il traffico, a svantaggio del viaggiatore e ad esclusivo vantaggio dei commercianti, che occupano anche un piano ammezzato un tempo inesistente.
Io vorrei spezzare una lancia a favore di questa risistemazione facendo notare un piccolo particolare, che ai critici è spesso sfuggito. Quando la Centrale fu costruita, la popolazione mondiale ammontava a meno di due miliardi di individui, mentre oggi siamo più del triplo. Dobbiamo renderci conto che siamo in tanti, che i piedi che calpestano le nostre vie cittadine - sorte quando eravamo in pochi - oggi sono moltissimi, che milioni di piedi sgretolano incessantemente il nostro suolo. Mio nonno diceva: se i nostri morti dovessero uscire dalla tomba e vedessero come abbiamo ridotto il mondo, se ne scapperebbero di nuovo al cimitero gridando: «ri-morìmo, ri-morìmo!». A mio nonno posso obiettare solo questo: che se il mondo è diventato così non è per colpa nostra. Non è colpa di nessuno, è diventato così e basta. E' il più complicato tra tutti i misteri della vita: la Storia.
Ma la Centrale rimessa a nuovo, con tutti i suoi simboli fascisti, la faccia di Mussolini trasformata in fontanone e la sua bella Piramide Rovesciata (simbolo degli Illuminati, una specie di super-Massoneria), resta nonostante tutto un luogo doloroso. La sua piazza è quella di sempre, la gente che la frequenta - dopo una prima illusione - è la stessa di sempre, e un odore intenso di orina permane quando ti ci avvicini, specialmente se fa caldo, il sole scotta e gli odori dal suolo salgono più violenti. E io non escludo che continueremo a sentire quell'odore anche nel Giorno del Giudizio.