Quella Consulta che unisce laici e cattolici

L a laicità è un'invenzione del Cristianesimo. Prima che Cristo chiedesse ai suoi discepoli di «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», nessuno aveva teorizzato la distinzione tra il potere temporale e la dimensione spirituale. Perciò non dobbiamo sorprenderci se tra i promotori della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni, nata ufficialmente martedì durante una grande assise a Palazzo Marino, troviamo l'associazione cattolica Noi Siamo Chiesa e il Circolo Culturale Protestante, affiancati dall'Associazione Keshet - Vita e Cultura Ebraica. La laicità non si situa all'opposto della fede, né "laico" può essere considerato sinonimo di "ateo" o di "anticlericale": il termine stesso è anzi desunto dalla terminologia ecclesiastica, nella quale indica l'appartenenza al "popolo" (in greco "làos") dei fedeli, distinto dalla compagine dei sacerdoti.
Secondo un'efficace definizione formulata da Claudio Magris, la laicità «non è un contenuto filosofico, bensì un abito mentale: è la capacità di discernere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che invece è oggetto di fede e di separare gli ambiti delle diverse competenze, ad esempio quello della Chiesa da quello dello Stato». Il laico è inoltre colui che coltiva «la tolleranza, il dubbio rivolto pure alle proprie certezze, l'autoironia, la demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri, la capacità di credere fortemente in alcuni valori, sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili».
La laicità intesa come distinzione tra il piano temporale e quello spirituale, come attitudine critica che diffida di tutti i fondamentalismi, di quello clericale così come di quello positivista e anticlericale, è profondamente radicata nella cultura milanese, persino in quella di matrice cattolica. Esiste una «via ambrosiana alla laicità», che inizia forse con Manzoni e si estende almeno sino agli scritti del cardinale Martini, in cui al cattolico è chiesto di saper affermare quel «primato della libertà di scelta e della coscienza individuale» rivendicato dalla Consulta.
Quando Alessandro Manzoni, lo scrittore cattolico per antonomasia, accetta la nomina a Senatore di un Regno d'Italia che è stato proclamato in aperta rottura con il Papato, o addirittura esulta per la conclusione del potere temporale della Chiesa, dimostra di saper laicamente distinguere tra le prerogative della fede e quelle dello stato. Ma anche un'iniziativa come la «Cattedra dei non credenti», istituita nel 1987 a Milano per volontà del cardinale Carlo Maria Martini, in cui i credenti sono invitati a «confrontarsi sinceramente sui grandi temi dell'esistenza e del pensiero» con illustri non credenti, che «salgono in cattedra» per «insegnare il valore dell'inquietudine», si segnala come uno degli esempi più coraggiosi e più fecondi di laicità.
La Consulta nasce allo scopo «di monitorare l'attività delle istituzioni milanesi e lombarde, denunciare iniziative in contrasto con i principi di laicità e libertà sanciti dalla Costituzione e dalla Carta dei Diritti Umani, organizzare momenti di formazione e informazione». Tra questi propositi, quello che ci sembra più attuale e più urgente è proprio l'ultimo. Nelle scorse settimane, di tematiche inerenti alla fede e alla laicità si è parlato molto, ma senza essere realmente informati, o tantomeno formati a farlo. Sarebbe bene che tutti gli interlocutori che hanno partecipato e parteciperanno anche in seguito a questo dibattito non dimenticassero che la cultura laica, così come quella religiosa, è innanzitutto cultura.