Quelle grandi invenzioni che hanno fatto l’Italia

Al Museo della scienza dal telefono di Meucci al primo elicottero progettato da Forlanini. Un
viaggio nella tecnologia, dal Risorgimento alla fine del ’900

Il telefono di Antonio Meucci, il telegrafo senza fili di Guglielmo Marconi, l’elicottero sperimentale progettato da Enrico Forlanini. E ancora il primo esempio di motore a scoppio, le vecchie locomotive di inizio ‘900, o il telescopio dell’Osservatorio di Brera con cui l’astronomo Giovanni Schiapparelli, il 26 aprile 1861, fece la prima scoperta scientifica dell’Italia unita: l’asteroide «Esperia», detto anche «stella d’Italia», al quale è ispirato il simbolo della Repubblica. Sono solo alcune delle invenzioni italiane che hanno cambiato il nostro modo di vivere e di conoscere il mondo in questi ultimi centocinquant’anni. In occasione delle celebrazioni dell’Unità nazionale, il Museo della Scienza - con il contributo di Provincia e Camera di Commercio - ci invita a riscoprire le più significative, all’interno del percorso «15 oggetti per 150 anni», un viaggio nella storia della scienza, della tecnologia e dell’industria del Belpaese, dal Risorgimento alla fine del Novecento (via S. Vittore 21, da martedì a domenica, tel. 02-485551).

Gli oggetti esposti, appartenenti alla collezione del museo e selezionati dai curatori dei relativi dipartimenti (trasporti, materiali, energia, comunicazioni), si susseguono secondo due aree tematiche: da un lato le «Ricerche sul mondo», che evidenzia gli studi scientifici legati ai singoli oggetti; dall’altro le «Tecnologie quotidiane», che racconta storie di uomini, istituzioni, sperimentazioni in laboratorio e produzioni industriali che hanno cambiato nel tempo le abitudini degli italiani. È il caso del primo prototipo di telefono costruito da Antonio Meucci nel 1857 (un circuito con un diaframma vibrante e un magnete avvolto in un filo elettrico), o del primo «detector magnetico» di Guglielmo Marconi (1896), un telegrafo senza fili usato come ricevitore di onde radio a bordo del Titanic e nelle più importanti navi dell’epoca (di entrambi è esposta una riproduzione del 1932).

L’evoluzione dei trasporti è qui rappresentata da due invenzioni simbolo: la prima è la locomotiva Gr 552, scelta per il tratto italiano del convoglio «Valigia delle Indie», che collegava Londra a Bombay. Presentata all’Expo di Parigi del 1889, è il segno tangibile dell’unificazione geografica e commerciale italiana. La seconda è la «macchina volante» di Enrico Forlanini: un elicottero sperimentale del 1877 in grado di sollevarsi da terra di 13 metri, presentato ai Giardini Pubblici di Milano alla presenza delle autorità nell’agosto 1877. Per la prima volta, Forlanini dimostrava scientificamente che era possibile volare con un mezzo più pesante dell’aria (fino a quel momento si usavano le mongolfiere). Dai trasporti all’energia, con la dinamo Edison inaugurata a Milano nel 1883, proveniente dalla prima centrale elettrica dell’Europa continentale; o il motore a scoppio Barsanti e Matteucci del 1854, usato per azionare macchine utensili; per arrivare al «forno Stassano» del 1910, la prima macchina capace di trasformare l’energia elettrica in termica.

In mostra anche il bancone da laboratorio del Nobel per la chimica Giulio Natta (1903 –1979), l’inventore del polipropilene isotattico, registrato con il marchio Moplen; e la ricostruzione di uno stabilimento siderurgico della Falck del 1950, esempio concreto del vero miracolo economico italiano. Lungo il percorso non si incontrano solo oggetti, ma anche storie e personaggi - a volte noti, altre sconosciuti o dimenticati - che hanno rappresentato, a loro modo, un momento di svolta per il nostro Paese, tra brevetti contesi, riconoscimenti internazionali, impegno civile e attivismo politico. Scopriamo, ad esempio, che Meucci in gioventù era stato un rivoluzionario: arrestato in Italia per aver partecipato ai moti del 1831, si era rifugiato prima a Cuba e poi a New York, dove fondò una fabbrica di candele con l’amico Giuseppe Garibaldi. Un destino ben più amaro toccò al fisico Macedonio Melloni, soprannominato il «Newton del calore» (in mostra una riproduzione del banco ottico degli anni 1830-40). Patriota e repubblicano convinto, sostenne i moti del ’48 e perse tutti i suoi incarichi, morendo in esilio a Portici, di colera, nel 1858.