Quelli che tradiscono l’Italia pur di far cadere Berlusconi

Da 15 anni intellettuali e politici lanciano proclami disfattisti
all’estero e tifano per il declino economico e sociale del Paese

Forse, in fondo, sono il partito più antico. Solo che in questi anni sono diventati molto, troppo, rumorosi. Li vedi in certe case aristocratiche, figli di un’élite immobile, stanchi, rancorosi, strafottenti, malpensanti, con una valigia che non parte mai. Li senti in certi salotti dire che se ne andranno oltre frontiera, qualcuno sta riarredando l’appartamentino a Parigi, altri cianciano d’America o improvvisano un mal d’Africa, i più ideologici, e nostalgici, sognano una spiaggia cubana. Non vanno mai. Maledicono e restano. Sputano e non si muovono. Promettono e non fanno. Sono gli anti-italiani, quelli che vivono qui con il mal di stomaco, con la rabbia di chi scommette tutto sull’apocalisse: verrà il giorno, quello del giudizio. E giù filippiche contro Berlusconi.
È strano. In Italia la democrazia è sempre all’ultimo sangue. Il 1994 è lontano. Sono passati più di quindici anni da allora e quell’intolleranza viscerale contro l’uomo di Arcore è tracimata. Non è più il vecchio antiberlusconismo. Non è più solo odio ideologico. È voglia di deserto, di rovine, di cataclismi. È l’Italia da vedere in malora. È l’ideologia dell’anti-italianità. Il ragionamento è più o meno questo: se per far fuori Berlusconi serve un’Italia in ginocchio, allora così sia. E giù bombe. Il prezzo è altissimo, ma per questa banda di intellettuali e politici il gioco vale la candela. Tanto meglio. Se c’è da ricostruire poi si faranno più soldi. È un sentimento un po’ cinico, ma c’è sempre un prete che poi ti assolve.
Le migliori menti di questa opposizione, con Franceschini in testa, si sono vestite di nero e come gufi, malocchi, fattucchieri, monatti, avvelenatori, buttano sale sulle sciagure italiane. Pregano il peggio. Hanno guardato negli occhi la crisi, sperando che fosse più scura della mezzanotte. Hanno benedetto i mutui subprime. L’America avrebbe portato qui il virus, sventrando le banche, l’economia, i risparmi, il commercio, lasciando sul lastrico l’intera Babilonia. E quando la crisi è arretrata, risaccando, hanno maledetto l’euro e il dollaro, scommettendo ancora sulla malasorte. Verrà l’autunno e sarà caldo, povero di stipendi e posti di lavoro. Il partito degli italiani piange sul terremoto, ma si consola pensando che le case non arriveranno in tempo per l’inverno e quelle tendopoli diventeranno la cicatrice sul volto dell’era Berlusconi. Solo che ora hanno paura. Le case stanno arrivando.
Tifano, contro. Nella parte più cupa del loro cuore si sono schierati con la monnezza napoletana, con il crash di Alitalia, con la fame e la miseria, con il disastro della scuola pubblica, con chi ci chiama Maccaroni, Dago, Tony, Rital, Zabar o Paisà. L’arrivo della Fiat a Detroit li ha fatti bestemmiare. Baaria di Salvatores, troppo enfatica con un pezzo d’Italia, va tenuta lontana da Los Angeles e dalla notte degli Oscar. Affondi a Venezia. Questa Italia berlusconiana non può avere luci della ribalta. Niente medaglie. Niente Champions e Kakà al Real è il regalo più bello. Gli anti-italiani scommettono sulla disfatta. Le vittorie della Pennetta non li incantano. La Pellegrini è una sirena con il piercing nel posto sbagliato, il G8 li ha delusi. Hanno sperato che Obama calpestasse l’italiano chiacchierone. È andata male. Obama ha detto grazie e Michelle si è commossa tra le macerie dell’Aquila. Hanno scommesso sulla Spagna di Zapatero e sulle fotografie del País, ma anche lì qualcosa è andato storto. Stanno con Malta che non soccorre i clandestini e puntano il dito contro Berlusconi. È il partito di chi in nome del popolo srotola tappeti rossi davanti al tycoon Murdoch. Lo squalo australiano scandalizzò i benpensanti quando mise le sue mani sul Times, ora no. Ora è l’ultima frontiera contro Berlusconi e allora tutti a cantare le sue lodi. Quasi quasi sperano che si compri l’Italia e tutti i campanili. Il simbolo di questa stagione è, quasi per paradosso, un uomo che si è vestito da arci-italiano, Antonio Di Pietro da Montenero di Bisaccia. È lui che ha acquistato una pagina sull’edizione europea dell'Herald Tribune per dire: «Democracy is in danger in Italy». Tonino si è vestito da partigiano ed è una maschera che gli sta un po’ male.
Questa storia della dittatura è la mossa più spregiudicata del partito anti-italiano. È il loro capolavoro di marketing, vendere al mondo la cattiva maschera berlusconiana. Berlusconi come remake di Mussolini. L’Italia in camicia nera, l’Italia che sprofonda nel più profondo Novecento, l’Italia barzelletta di regime. Questa storia ci sta facendo del male e non andrà via tanto in fretta. Gli anti italiani hanno sputtanato la nostra democrazia, che non sarà la migliore del mondo, ma comunque c’è. È strano. Berlusconi è stato sconfitto per due volte dal voto. È caduto due volte. È rimasto all’opposizione. Non ha gridato al regime. Prodi è caduto, colpito due volte dai suoi alleati. Non è riuscito a governare. Ci ha provato. Non ce l’ha fatta. È andata così. Maggioranza e opposizione governano e vanno a casa. Si alternano. È la democrazia. Berlusconi può essere criticato, sbeffeggiato, spiato, fotografato. Qualche volta anche ai confini della privacy e, cosa più grave, della legge. Non si va in carcere se ci si oppone a Berlusconi. Questo Paese non è una dittatura. E chi lo sostiene, offende i martiri di tutte le dittature. I martiri veri. Non questa parodia di partigiani. Non questo manipolo di anti-italiani.