Quello che Montezemolo non ricorda

Il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo, in una lunga intervista al Sole 24 Ore, ha sostenuto come «l’Italia non attrae più come una volta gli investimenti esteri». Ha poi delineato tutta una serie di richieste confindustriali alle parti politiche che si candidano a governare il Paese. Poche settimane fa sul Wall Street Journal, mica l’Opinione di Andria, il numero uno della General Electric International, l’italiano Nanni Beccalli, magnificava in una réclame governativa le capacità innovative, di ricerca e dunque di mercato della Francia. E concludeva: «La città di Parigi è cento volte meglio di Roma». Eccoci qua. Siamo la punta di uno stivale bucato. E quel che è grave è che taluni si compiacciono del sottile dolore provocato dal nostro presunto declino.
Conviene fare due calcoli. Anzi no. Basterebbe leggere qualche giornale. E ci accorgiamo che due istituti finanziari stranieri, Abn e Paribas, sono venuti ad investire in Italia. E a caro prezzo per conquistare due nostre banche piuttosto «sgangheratelle». Andiamo in giro a far la spesa in supermercati che sono già per la gran parte made in france. E uno dei pochi rimasto a casa nostra, la lombarda Esselunga, ha una fila di corteggiatori che parte da Melegnano. Ma non solo la distribuzione. Poche settimane fa l’olio, sì pure l’olio quello extravergine, di Carapelli, è passato agli spagnoli. La Galbani, quella che voleva dire fiducia, se la spalmano i francesi di Lactalis. Che prima avevano fatto un pensierino su Parmalat. Un egiziano danaroso come Sawiris si è comprato recentemente una della nostre compagnie di telecomunicazioni, Wind, staccando un assegno da 12 miliardi di euro. Montezemolo forse si è dimenticato della fila che c’è per comprare una piccola quota della Ferrari. Così come dovrebbe ricordarsi quanta fatica deve fare con il suo fondo Charme per strappare marchi, anche italiani, dalle mani di investitori stranieri.
Se potessero essere messi in vendita anche il «mandolino» o «lo stellone» attirerebbero capitali stranieri. Dimenticare le debolezze nazionali è grave. Ed è un errore che non vogliamo commettere. Così come non si confonda la lunga lista di pezzi di Italia finiti all’estero, ne abbiamo dato solo un’infinitesimale parte, con la riscoperta di uno sciocco protezionismo nazionale. È che di campagna elettorale ne abbiamo già una in corso. E ci basta e avanza. Basterebbe leggere, ma davvero, le ultime righe del discorso del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, fatto sabato scorso: «Dagli Anni 90 l’economia è come insabbiata... il pil italiano è in ripresa, ma a tassi inferiori a quelli potenziali, già più bassi che nei principali Paesi. La difficoltà di crescita rispecchia la difficoltà del sistema produttivo a competere. Alla sua radice è il mancato progresso della produttività. In altri Paesi... le imprese hanno adeguato il capitale umano e organizzativo alle nuove tecnologie». Ecco un ragionamento. Fuori da una campagna elettorale. Asciutto nella sua durezza.
Questo governo non ha spinto il piede sull’acceleratore delle liberalizzazioni economiche. È un dato di fatto che ogni giorno viene contestato, e giustamente, dall’esecutivo. Ma Confindustria e manager sciattamente esterofili, nel frattempo, hanno forse fatto i «fenomeni» (come dicono a Roma)?