Questo Natale lo shopping si fa etico

Vestirsi bene e fare del bene si può, anzi è di moda. Specie a Milano. Lo dimostra una ricerca del Centro per lo studio della moda e della produzione culturale dell’Università Cattolica: La moda della responsabilità, edito da Franco Angeli, da qualche giorno in libreria, spiega come etica ed estetica siano compatibili e, nella nostra metropoli, terribilmente trendy. Carla Lunghi, che ha redatto il volume insieme a Eugenia Montagnini, presenterà oggi il risultato della ricerca in una location in tema: la Fonderia Napoleonica Eugenia, nell’atelier Uroburu, dove gioielli esclusivi fatti di materiali poveri sono creati da ex malati psichici del Paolo Pini. «Milano è la capitale della moda solidale in Italia - spiega Carla Lunghi -: se il consumo critico sta diventando sempre più importante nei prodotti alimentari, l’ultima frontiera degli acquisti etici riguarda il vestiario». Nella nostra città si vendono e producono alcuni dei marchi più significativi del settore: da Patagonia ai Gatti Galeotti. L’universo della moda responsabile è ampio e, secondo le studiose, si può suddividere in tre categorie: la moda dell’usato, quella biologica e quella solidale. «Se il primo gruppo ha una storia lunga e la fortuna di negozi di qualità diverso è il discorso per gli altri due», spiega la sociologa. Marchi come Patagonia, che ha un negozio in corso Garibaldi e produce attrezzature sportive con materiali eco-compatibili, vanno a braccetto con etichette come quella dei Gatti Galeotti. Con due atelier nel carcere di San Vittore e di Opera, la cooperativa Alice realizza gli abiti in sartorie dove lavorano le detenute e con la cooperativa Ecolab è stata creata una pelletteria in cui operano carcerati: «Si coniuga la buona qualità del prodotto a un progetto educativo volto a promuovere l’etica della professione come strumento utile a superare l’abbrutimento della detenzione», spiega Carla Lunghi. Nel mondo della moda solidale, così affollato da star del calibro di Bono, spicca un altro progetto «made in Milan»: quello dei gioielli etici. Coniugare consumo critico e lusso sfrenato non è stato impossibile per i monaci tibetani che importano nel negozio Namaste di via Espinasse i loro Healing Jewels, ricercatissimi gioielli prodotti con pietre povere.