«Qui trent’anni fa ho sparato a tuo padre»

Si stringono la mano. Lei: «Sono qua per mettere una lapide sul mio passato»

da Milano

Una stretta di mano. E le presentazioni di rito: «Piacere Mario». «Piacere Antonia». Un decoroso appartamento della periferia milanese; sulla porta c’è una targhetta bianca che in solo otto lettere si porta dietro tutto il passato, la stagione del terrorismo e un pezzo di Prima linea: Ferrandi. Antonia Custra sdegna quell’ultimo avvertimento ed entra, poi, sorridendo, chiede al padrone un caffè: «Ma fallo buono, come lo prepariamo noi a Napoli, mi raccomando, pressalo bene nella macchinetta». Mario Ferrandi fa del suo meglio, poi serve quel benvenuto.
Qualche minuto più tardi, davanti a un piatto di seppie, la ragazza deposita la forchetta, fissa l’interlocutore e con un filo di rimprovero gli dice: «Ma quella mattina non ti potevi fare una passeggiata altrove? Sarebbe cambiata la mia vita e pure la tua». «La mia sicuramente», replica lui, lo sguardo sprofondato nel piatto.
La mattina è quella del 14 maggio 1977: quel giorno a Milano, in via De Amicis, negli scontri fra gli autonomi e la polizia morì il vicebrigadiere Antonio Custra e molti giovani fecero il salto verso la lotta armata; a sparare il colpo mortale, secondo la ricostruzione del giudice istruttore Guido Salvini, fu proprio lui: Mario Ferrandi. Trent’anni dopo, la donna che non ha mai conosciuto il padre è seduta di fronte a chi lo uccise. Senza rancore. Senza pretese. Solo con la voglia di capire, di compiere insieme un passo, dopo tanto tempo. Comincia Antonia: «A gennaio è venuto a Napoli Mario Calabresi, stava scrivendo il libro sul padre, mi ha raccontato anche frammenti della mia tragedia che io non conoscevo. Ho cominciato a documentarmi su quell’episodio che avevo semplicemente rimosso per trent’anni. A maggio, in un’intervista al Giornale, ho detto che finalmente avevo fra le mani un nome da odiare: quello di Ferrandi. Adesso, sono andata oltre: voglio iniziare a vivere anch’io. E ho intuito che ci possiamo aiutare a vicenda».
Ricomincia a mangiare lei che ha sofferto di anoressia e bulimia, e ora sul cancelletto dei trent’anni ha finalmente trovato un minimo di equilibrio. Ferrandi le offre quel che può: «Ti metto a disposizione tutti i documenti del processo. Il mio avvocato, Gaetano Pecorella, dice che nelle carte c’è la verità. Troverai tutte le risposte. Anche se, sia chiaro, per la legge sono io quello che ha ucciso tuo papà».
Lei una risposta la vuole subito: «Mario, hai mai visto mio padre in foto? «Sì», tentenna lui. «Io gli assomiglio moltissimo. Ecco, ti ho portato una foto». Un ragazzo felice, sullo sfondo di una casa; sul retro una data: 1976. «Mi sa che si era appena sposato», dice lei con un velo di malinconia. Contemplano quell’immagine, poi è lui a commentare timidamente: «Mi sa che tua mamma lo viziava; guarda i pantaloni, a zampa di elefante come si usava, gli stanno stretti». «Sì, sì - replica lei con sguardo indulgente - era ingrassato».
Antonia Custra sale su un motorino, Mario Ferrandi sulla bicicletta. Alle cinque del pomeriggio sono in via De Amicis, all’angolo con via Olona. «Il corteo arrivava da San Vittore - attacca lui - doveva proseguire per via Carducci, in direzione Duomo. Sul fianco, verso via De Amicis, qualcuno notò il Terzo Celere che veniva avanti, imprevista scoppiò la battaglia». Ferrandi avanza di pochi passi, raggiunge il civico 59, si ferma. Ecco, qui, su tutti e due i lati della strada erano appostati i fotografi che scattarono quelle immagini poi passate alla storia e diventate il simbolo degli anni di piombo. Fu Giuseppe Memeo, sfiorato da una molotov, a perdere il controllo e a sparare per primo. A turno, esplodemmo molti colpi. Ma i poliziotti erano lontani, a centotrenta metri, c’era il fumo. Furono un minuto e mezzo, forse due di inferno». «Papà, a quanto so, cadde subito, appena sceso dalla Campagnola». «Credo di sì», osserva lui incupendosi. «Certo, non vidi cadere nessuno in lontananza, solo la sera capii».
«Un mese fa - riprende lei - avevo detto ai giornali che avrei gradito una lapide in via De Amicis: ma oggi questo dato non è più così importante. Oggi sono qua per mettere una lapide sul mio passato, per fare finalmente il funerale a papà e iniziare una vita che non è mai cominciata, schiacciata dalla rimozione e dalla paura di conoscere».
Antonia Custra e Mario Ferrandi camminano insieme sul marciapiede, insieme percorrono quei centotrenta metri che allora separarono le due Italie. «Ecco, quella foto di papà te la voglio regalare». «Grazie», lui le consegna una spilla d’argento. Un’altra stretta di mano, poi lei sale sul taxi che la riporta a Linate. «Mi sono preparata per anni a questo appuntamento, alla fine l’ho affrontato con una serenità che non so nemmeno da dove mi sia venuta». Lui smaltisce l’emozione pedalando verso casa.