Quindicimila fantasmi si aggirano per l'Italia

Gli apolidi non hanno documenti, patente né assistenza. Vivono in mezzo a noi ma ufficialmente non esistono

Dechen fa la donna di servizio, lavora nel centro di Roma, sorride timida mentre parla. Racconta dei genitori tibetani, scappati dal loro villaggio nel 1959, nei giorni terribili dell'invasione cinese. Cercarono rifugio in India, ma sono morti giovani. Lei è nata a Orissa, non lontano da Calcutta, ed è cresciuta in un orfanatrofio, fino a quando una famiglia italiana l'ha adottata a distanza e poi l'ha portata a Roma. Da sempre vive con un incubo: i documenti. Il governo cinese le riconosce al massimo una dichiarazione, che vale poco o nulla, da cui risulta che i genitori erano tibetani; l'India non le ha concesso un passaporto ma un certificato di identità che è scaduto e che non potrà essere rinnovato perchè è legato alla residenza; per l'Italia lei non esiste: ha fatto richiesta di cittadinanza, ma per il suo reddito troppo basso la domanda è stata rifiutata. «Seguo gli insegnamenti del Dalai Lama, che è una grande guida. Lui dice che bisogna essere sereni, ma io non sempre ci riesco. Perché ho paura della mia situazione, di quello che può succedere». A 44 anni, 28 dei quali passati nel nostro Paese, il suo destino è quello del fantasma: senza un passaporto, uno Stato che la consideri propria cittadina, una burocrazia che le riconosca dei diritti. Per lei il futuro è il limbo in cui si trovano i circa 15mila apolidi che vivono in Italia.Apolide è una parola di origine greca, vuol dire «senza Stato». Ed essere «senza Stato» vuol dire tante cose, piccole e grandi: essere senza documenti, senza assistenza sanitaria, senza la possibilità di prendere la patente, di riconoscere un figlio. Si calcola che in Europa ce ne siano 600mila, nella Penisola il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) parla dei 15mila di cui sopra. Ma il numero è solo una stima, perché anche gli apolidi, perfino loro, in Italia devono fare i conti con una burocrazia folle e beffarda; e così gli apolidi «ufficiali» censiti dalle statistiche sono solo 600. Anni fa il nostro Paese ha aderito alla Convenzione di New York, firmata addirittura nel 1954, e si è impegnato a garantire protezione e diritti di chi viene riconosciuto come «senza Stato». Ma il problema è proprio questo: il riconoscimento ufficiale della condizione di apolide. Le norme sono quelle di un vecchio regolamento della legge sulla cittadinanza scritto nel 1993. Per avere una dichiarazione dello status di apolide l'articolo 17 stabilisce che bisogna fare richiesta al ministero dell'Interno allegando (e non è uno scherzo) un certificato di residenza. Naturalmente perchè uno straniero ottenga un certificato di residenza è indispensabile il permesso di soggiorno e il permesso di soggiorno si concede solo a chi ha un regolare passaporto. E qui il cerchio si chiude con un paradosso: può avere il riconoscimento di «senza Stato» solo chi uno Stato ce l'ha già. Per questo le domande di riconoscimento della cosiddetta apolidia si traducono in estenuanti e costosissimi bracci di ferro burocratici, fatti di reclami e ricorsi.

PRIGIONIERO DELL'ITALIA

Dari Tjupa per vincere la battaglia ci ha messo 13 anni. La sua è una storia di impegno e di successo. È nato in quella che una volta era l'Unione sovietica ed è arrivato in Italia bambino, nel 1995, insieme alla mamma, cittadina estone. Lei aveva i documenti in regola, lui no, perchè la legge estone non concede automaticamente la cittadinanza ai figli minori nati nell'ex Urss. «Allora ero segnato sul passaporto di mia mamma. Ma bisognava fare una domanda perché diventassi anch'io cittadino. Quando mi madre l'ha saputo è si è rivolta all'ambasciata estone, era troppo tardi, avevo superato il limite d'età ed era ormai impossibile fare nulla. Così un cavillo, un semplice cavillo burocratico ha finito per complicarmi la vita». Nel 2000 Dari ha compiuto 18 anni e ha potuto fare domanda per i documenti da apolide. «In Italia però è un caos, non è come in altri Paesi dove ci sono norme precise e chiare. Qui è tutto affidato all'arbitrio di questo o quell'ufficio». Per anni la sua richiesta è rimasta sepolta in un cassetto della prefettura di Milano; nel frattempo Dari si è integrato: ha frequentato il liceo linguistico a Milano e si iscritto alla Bocconi. «Riuscivo a studiare grazie a permessi di soggiorno provvisori e all'università mi hanno accettato perché avevo fatto l'esame di maturità in Italia». Nel 2013 è arrivata la laurea e, quasi contemporaneamente l'atteso documento ufficiale. Da allora Dari, apolide riconosciuto, ha potuto lavorare regolarmente, prima in una fondazione, poi in una banca. «Ma prima, per anni, non è stato facile: non avevo la possibilità di programmare il mio futuro. Avevo anche vinto una borsa di studio per frequentare un anno di liceo all'estero. Ovviamente ho dovuto rinunciare. Volevo essere italiano, ma dell'Italia ero prigioniero: senza documenti una volta uscito dai confini non avrei potuto più rientrare».

NORME CAOS

«Ottenere la dichiarazione di apolidia dal ministero è come vincere un terno al lotto», spiega Emanuela Bertucci, fiorentina, una degli avvocati italiani che più si sono occupati del tema. «Poi c'è la strada giudiziaria, ma anche qua per anni non si è capito quale fossero le mosse giuste da fare. Di recente molte sentenze vanno nello stesso senso: bisogna avviare un causa al Tribunale di Roma. Ci vogliono soldi e pazienza». Molti casi riguardano le ex Repubbliche sovietiche. Proprio come è accaduto a Dari: «Spesso le leggi degli Stati di nuova creazione non hanno riconosciuto automaticamente i diritti degli ex cittadini sovietici, ma hanno subordinato l'acquisizione della cittadinanza ad altri requisiti. Come, appunto, la residenza», spiega l'avvocato Bertucci. «Poi ci sono, numerose, le cause dei cubani che hanno perso la cittadinanza». È successo all'inizio degli anni 2000 a Ana Hernandez: «Sono arrivata in Italia con un visto turistico, ospite di amici. Poi ho deciso di fermarmi più del previsto. Ma a Cuba c'è una legge per cui se non torni entro un certo periodo perdi ogni diritto. All'ambasciata mi hanno detto che non mi riconoscevano più. E così mi sono ritrovata qui senza documenti, senza soldi e senza sapere che cosa fare». Ana si è trasferita in Piemonte, ha iniziato a lavorare come badante e poi, con l'aiuto del suo attuale compagno, un italiano, è riuscita, via internet, a trovare un avvocato specializzato. «Sono riuscita a farmi riconoscere lo status di apolide e a farmi perfino raggiungere da mia figlia che ha 13 anni», racconta. «Solo una cosa non posso fare: tornare a Cuba. Mi piacerebbe poter vedere una volta i miei nonni. Sono cresciuta con loro e ora sono vecchi. Ma il governo cubano non me lo consente». La gran parte dei 15mila fantasmi che circolano in Italia senza documenti o diritti non sono però né cubani, né ex cittadini dell'Unione Sovietica. La maggioranza, molti tra loro sono zingari, viene dall'ex Jugoslavia. Come Ramadan, che vive in una roulotte alla periferia di Roma con la moglie e i quattro figli. Quattro figli che non hanno un padre e una moglie che non ha un marito. Perché lui per la legge italiana non esiste. Secondo i racconti familiari Ramadan è nato nel 1978 a Skopje, nell'attuale Macedonia, ma la nascita non è stata registrata e l'ambasciata macedone ha sempre rifiutato di rilasciargli alcun documento. A poco meno di 20 anni è arrivato in Italia e ha conosciuto Elena, la donna con cui da allora vive. Lei sola, grazie alla nazionalità romena, ha potuto riconoscere i bambini. «Non ci siamo potuti nemmeno sposare e per la legge è come fossi una ragazza madre. Lui non ha diritto neanche ad essere un genitore», dice Elena.

PRONTA LA RIFORMA

Oggi Ramadan non è più solo un invisibile, ma è diventato uno dei testimonial della campagna #non esisto, con cui il Consiglio italiano per i Rifugiati vuole attirare l'attenzione sulla vita degli apolidi in Italia. E sul disegno di legge che nel novembre scorso la Commissione diritti umani del Senato, in collaborazione appunto con il Cir e l'Alto Commissariato dell'Onu ha presentato in Parlamento. Christopher Hein, tedesco, da 30 anni in Italia, portavoce e Consigliere strategico del Cir, e avvocato esperto in questioni umanitarie lo spiega così: «L'obiettivo è uno solo: superare le assurdità dell'attuale situazione e introdurre una procedura semplice e chiara per il riconoscimento dello status di apolidia». In base alla proposta la richiesta andrà fatta alle prefetture che sulla base di requisiti ben definiti (basta con la richiesta di certificati impossibili) dovrà esprimersi entro un ben determinato periodo di tempo. «È una questione di giustizia». Angelo Allegri

Commenti

Aegnor

Lun, 07/03/2016 - 09:17

Sarebbe utile sapere anche solo un più o meno,quanti clandestini totalmente sconosciuto stanno girando per il paese.