Rapporto Censis: effetto mucillagine

La società è sempre più frammentata e mossa da pulsioni ed emozioni individuali: abbiamo ottime individualità che non riescono, però, a coinvolgere e trainare l'intero sistema. <strong><a href="/a.pic1?ID=226000">Cresce l'aggressività</a></strong>. I telefonini<strong> <a href="/a.pic1?ID=225996">a un soffio dal sorpasso</a> </strong>sulla tv. <strong><a href="/a.pic1?ID=225995">Ci si fida poco </a></strong>dei politici. <strong><a href="/a.pic1?ID=226002">Sempre più indebitati</a></strong>

Negli anni scorsi i rapporti del Censis sullo stato della società italiana ci avevano fatto ben sperare. Si parlava di «fermenti», di «novità», di «scintille», di qualcosa ancora in divenire ma che prometteva bene. Invece le parole chiave dell'ultimo rapporto, presentato ieri, sono «mucillagine», «vulnerabilità», «poltiglia»: in sintesi, «la società italiana si frammenta sempre di più e, mossa da pulsioni ed emozioni individuali, si ritrova ad essere una “poltiglia di massa”». Così recitava il primo lancio d'agenzia, tanto da far pensare che si trattasse di un errore redazionale, e che si intendesse parlare del governo, piuttosto che dell'Italia.
Il Censis ci dice, in sostanza, che abbiamo molte ottime individualità, che però non riescono a coinvolgere l'intero sistema e a trainarlo. Il dinamismo di pochi non si traduce in un processo sociale, anzi i più sono confusi e disillusi. È come se si fosse perso il senso di un'identità collettiva, e non è difficile da capire se si pensa che l'identità collettiva si fonda su alcuni punti saldi di riferimento. Chiamiamoli pure «valori». Il primo in caduta libera è lo Stato, il collante che ci tiene uniti, ma nel quale più della metà degli italiani non ha fiducia. Quanto all'unico strumento di cui disponiamo per cambiare lo Stato, ovvero la politica, 8 italiani su 10 non se ne fida, e questo significa che non si ritiene possibile un cambiamento in meglio della propria vita attraverso la partecipazione alla cosa pubblica. Del resto, non c'era bisogno del rapporto del Censis per capirlo: bastava il successo di un libro come La casta, in un Paese dove si legge poco, per fiutare la ragionevole e ragionata diffidenza degli italiani per la classe dirigente. Giornalisti compresi.
Ciò che stiamo perdendo davvero è la fiducia nelle élite, non solo quelle ai vertici, ma anche quelle più spicciole e quotidiane. Sono - o dovrebbero essere - élite gli insegnanti, che invece vediamo ogni giorno ridicolizzati e umiliati su Youtube con la gogna dei telefonini. Sono - o dovrebbero essere - élite i genitori, guide e capi della famiglia, dove invece aumentano violenze e separazioni, con genitori spesso non in grado, per motivi di tempo o generazionali, di seguire l'evolversi o l'involversi rapidissimo della loro prole. La vera élite non è più, nell'immaginario collettivo, quella costituita dai migliori, ma quella di chi ha maggiore successo nel modo più veloce e redditizio, come i calciatori con l'immancabile velina, i famosi delle isole e i grandifratelli.
Vi si aggiunga la caduta di riferimenti simbolici alti, come la religione e il senso di appartenenza a un Paese. Non sto facendo della retorica su Dio-Patria-Famiglia, che è quanto di più lontano dal mio sentire, però è indubbio che si tratta di elementi fortissimi della vita collettiva. E che sono sempre più messi in crisi da un multiculturalismo improvviso quanto forzato e da un europeismo altrettanto forzato quanto sacrale. Questi «valori» potrebbero essere sostituiti da un alto senso della Libertà, quella maiuscola, che sta alle libertà come l'individuo sta all'individualismo. In una società sempre più soffocata da regole opprimenti, invece, ci si sfoga o ci si amareggia con pseudolibertà, come le primarie fittizie, i referendum che verranno buttati nel cestino il giorno dopo il voto, le anarchie quotidiane dei furbetti di ogni grado e quartiere.
Il rapporto del Censis si augura che alcune minoranze dinamiche saranno in grado di ridare fiducia e coesione al Paese. Se non che, un dato fra tutti è terrificante per il futuro. Solo il 27 per cento dei giovani è soddisfatto dei propri studi. Il resto, quasi i tre quarti, è composto da «studenti spesso apatici, che vanno a scuola perché lo vuole la famiglia, che non sono motivati e non si aspettano molto per il futuro».
È facile immaginare cosa rimarrà di quel 27 per cento quando farà il suo (non) ingresso nel mondo del lavoro. Una società non in grado di dare speranze ai propri giovani può dirsi ancora una società?
Giordano Bruno Guerri
www.giordanobrunoguerri.it