«Razza ebraica», timbro contro l’umanità

Zecchi: «La memoria dell’orrore oggi è minacciata dall’indifferenza»

Francesca Amé

Anna Marcella Falco è un’arzilla signora milanese. Nel ’38 aveva 15 anni ed era figlia di un esimio professore dell’Università di Milano. Guido Lopez ha ancora ricordi vivissimi di quel periodo: era un quattordicenne allegro e suo padre, il noto Sabatino Lopez, apparteneva alla crème del teatro milanese. Oggi la signora Falco, il signor Lopez e altri ancora - pensiamo a Gisella Vita Finzi, di cui è esposta la pagella delle elementari - guardano al loro passato attraverso una teca. Hanno infatti voluto che molti dei loro ricordi non fossero coccolati solo nell’intimità familiare, ma diventassero patrimonio di tutti. Perché quelli dal ’38 al ’45, per la signora Falco, il signor Lopez, la signora Vita Finzi, e per tutte le vittime della Shoah in Italia, furono anni terribili. Pagelle scolastiche con il timbro «di razza ebraica», diari (come quello di Lopez) di fughe salvifiche in Svizzera oppure carte d’identità false, come quella in cui la signora Falco diventò una più anonima e «italiana» Fabbri.
Questo e molto altro ancora è esposto nella sede del museo di Storia Contemporanea di via Sant’Andrea nella mostra «La persecuzione degli ebrei in Italia. 1938-1945» organizzata dalla Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea) e dall’assessorato alla Cultura del Comune (sino al 26 febbraio).
In occasione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria, che ricorre ogni anno il 27 di questo mese, Milano - che fino all’aprile del ’45 sopportò l’occupazione nazi-fascista - getta uno sguardo sulla Comunità ebraica italiana: ne esce uno spaccato intenso, a tratti commovente. Suddivisa in due sezioni, l’esposizione mostra nella prima parte come si evolve in peggio la vita degli ebrei in Italia dall’istituzione nel ’38 del ministero per la Difesa della razza. È un elenco di divieti: agli ebrei non è concesso il commercio di preziosi (gennaio 1940), lavorare nello spettacolo (giugno 1940), appartenere ad alcun ordine professionale (stessa data) e così via, sino alla totale ghettizzazione. Emblematica, a questo proposito, la fotografia di una terza liceo del Manzoni: nel giro di un anno scolastico, il numero degli studenti calò di diverse unità. Colpa dei professori? No, delle leggi che perseguitavano gli ebrei e che, solo dopo un lungo esame, concessero a una «sangue misto» (ossia figlia di un genitore ebreo e l’altro, come si usava dire, «italiano») di rimanere in classe.
Si commenta da sé, nella seconda sezione della mostra che è dedicata al biennio ’43-45, uno strano Gioco dell’Oca in cui uno degli obiettivi da colpire è la Sinagoga mentre si tira un sospiro di sollievo verso la fine dell’esposizione quando sono accennati gli «itinerari di salvezza» che hanno permesso ad alcuni ebrei (come la signora Falco e il signor Lopez) di essere qui a raccontare come andarono le cose. Michele Sarfatti, che del Cdec è il direttore, sottolinea il valore documentaristico di una esposizione che ben si presta alle scuole, tra carteggi, diari e fotografie.
Poco più di sessant’anni fa i muri di Milano erano coperti di manifesti che oggi sembrano surreali, ma che allora mobilitavano la gente: in uno di questi si invitavano con ardore i giovani a un corso sullo studio della razza. Stride oggi quel manifesto con le foto, poste in chiusura della mostra, degli ebrei milanesi che subirono le persecuzioni. A sessant’anni di distanza, le file dei testimoni diretti si assottigliano sempre più: come spiega Micaela Goren Monti, vicepresidente del Cdec, «è necessario dare impulso alle ricerche sul pregiudizio antiebraico. Dobbiamo lavorare sui giovani». Poiché la memoria, lo ha scritto l’assessore alla Cultura Stefano Zecchi nell’introduzione alla mostra, è sempre minacciata «dall’indifferenza e dall’affanno per il presente».