Il «re dei polimeri» crea aziende le vende e poi se le ricompra

Nel 1985 brevetta la «gomma vulcanizzata», detta Forprene, che si può riciclare

È un tipo piuttosto vivace, in gioventù persino «un po’ scapestrato». Ma anche deciso. Così Italo Carfagnini si dimette dalla sera alla mattina dall’Anic perché non ne può più di girare il mondo come una trottola dopo avere totalizzato 2700 ore di volo in tre anni. Fonda poi una prima azienda nel settore della plastica e la lascia dopo nemmeno tre anni perché si arrabbia con il socio. Ne fonda allora un’altra nello stesso settore, fa anche qualche scoperta interessante che brevetta essendo un chimico, poi vende l’azienda a un gruppo inglese quando capisce che per svilupparla ci vogliono parecchi soldi che non ha, quindi la ricompra, in seguito la rivende a una multinazionale americana quando si rende conto che la concorrenza cinese gli taglia le gambe ma alla fine la ricompra. Oggi la Softer, che in questi anni ha cambiato anche pelle, è leader in Italia nei polimeri tecnici, quelli cioè utilizzati per produrre tappi per le bottiglie di vino, campi di calcio in erba sintetica, vasche per lavatrici, sigillanti per i vetri delle auto, modificanti dei bitumi stradali in modo da ottenere asfalti drenanti, persino il materiale per gli zoccoli usati negli ospedali. Ed è l’unica in Europa a produrre leghe polimeriche speciali che vanno dalla gomma alla plastica. Carfagnini sintetizza: «Siamo un animale da produzione».
Barba da «scienziato». Occhi verdi, occhiali da vista, una barbetta abbastanza lunga e abbastanza curiosa che gli dà un che da scienziato, Carfagnini è del 1943, è originario dell’Abruzzo essendo di Vasto e quarto di quattro fratelli, tutti laureati. Anzi, proprio per farli studiare e mandarli all’università, i genitori, Mario Luigi e Maria Benevento, entrambi maestri elementari ed entrambi del 1912 (lui non c’è più mentre lei ha compiuto da tre settimane i 95 anni e abita a Vasto con una figlia, Elda), chiedono a un certo momento il trasferimento a Bologna. Ed accade che i quattro fratelli si trovano contemporaneamente tutti all’università, chi studia Scienze naturali, chi Lingue, chi Chimica. Un peso economico pesante per il portafoglio dei maestri Carfagnini i quali ottengono dal direttore amministrativo dell’università, tale Mazzaracchi, la possibilità di diluire mensilmente il pagamento delle rette.
Italo fa il classico al Galvani e al S. Luigi, si iscrive a Chimica industriale pensando più alla vita goliardica che ai libri, nel 1968 riesce comunque a laurearsi dando una decina di esami in solo due sessioni. E si specializza nelle macromolecole. Quindi eccolo a Milano come ufficiale di artiglieria a cavallo. E quando è il momento di congedarsi, sostiene vari colloqui di lavoro. Viene assunto alla Farmitalia in viale Bezzi dove sta dietro una scrivania a dare le quotazioni del principio attivo della vitamina B12, dopo poco più di un mese passa all’Anic di San Donato come assistente tecnico allo stampaggio dell’Abs, una resina utilizzata nella telefonia. Ed è proprio con l’Anic che gira il mondo. Finché, stanco di quella vita, si dimette senza nemmeno avere una prospettiva di lavoro. Ma a quei tempi, dice, «non era difficile trovare un posto».
Infatti diventa consulente di un’azienda di Fusignano (Ravenna), la Everest Gomma, specializzata in tappetini per la 500 e l’Alfa. E lì si rimette il camice da chimico quando un paio di multinazionali lanciano sul mercato un nuovo polimero di nome Sbs usato nello stampaggio di suole per calzature. Carfagnini mette a punto una trentina di formulazioni, poi appende di nuovo il camice e va in giro a vendere i nuovi prodotti. Finché nel 1977 fonda a Villanova di Forlì la Centerplast che fa le stesse cose della Everest. E quando l’aziendina fattura già una ventina di miliardi di vecchie lire, lascia il socio che ama un po’ troppo la bella vita e fonda con una trentina di dipendenti la Softer. Vuol dire «Società forlivese termoplastici».
Dividendi «vietati». Carfagnini è una buona forchetta ma è capace anche di tirare la cinghia. Così non distribuisce mai dividendi lasciando gli utili in azienda. E sviluppando il laboratorio di ricerca. In questo modo nel 1985 brevetta il Forprene, il primo di una decina di brevetti. Si tratta di una gomma vulcanizzata che conserva l’aspetto termoplastico e quindi può essere lavorata come materiale plastico ed essere riciclata. Un prodotto utilizzato nel sottocofano delle vetture, dalla Bmw alla Mercedes, ma anche come sigillante per il parabrezza e il lunotto. E in questo modo la Softer diventa l’unico fornitore della Pilkington inglese.
Il grande passo. Gli affari aumentano, i dipendenti raddoppiano. E nel 1988 Carfagnini compie il grande passo: pur di fare sviluppare l’azienda, vende il controllo al gruppo inglese Evode, produttore di adesivi e quotato a Londra. Ma rimane alla guida dell’impresa come amministratore delegato. Solo che qualche anno più tardi il gruppo inglese viene scalato in Borsa e Carfagnini passa da un padrone all’altro. Finché a metà degli anni Novanta si ricompra l’azienda con l’appoggio delle banche, del sindaco, del sindacato. Ma nel 1998 cede di nuovo il controllo della Softer all’Hanna, una multinazionale americana di Cleveland. Vende, pur mantenendo ancora una volta l’indipendenza della gestione, per un paio di buoni motivi: gli americani si impegnano infatti a distribuire il 30% dell’intera produzione Softer di gomma termoplastica per le calzature, circa 15mila tonnellate; in questo modo Carfagnini cerca di coprirsi le spalle dal vento crescente della concorrenza cinese. Ma non sempre le ciambelle riescono col buco. Gli americani vendono appena un terzo di quanto previsto, inoltre aumentano nelle Marche i calzaturieri costretti a chiudere. Così anche la Softer deve liquidare uno stabilimento aperto a Casette d’Ete, il paese dei Della Valle e della Tod’s.
Il valzer della proprietà. Nel 2002 la Softer cambia di nuovo proprietà. Nel senso che Carfagnini riacquista il controllo dell’azienda. E cambia anche decisamente pelle in quanto Carfagnini non pensa soltanto alle suole per le scarpe ma guarda anche verso altri settori: produce granulati termoplastici per la modifica dei bitumi autostradali in modo da ottenere asfalti drenanti grazie a un elastomero che la Softer inventa e brevetta, il Pavprene; amplia quindi la gamma degli elastomeri tecnici, dal reticolato al non reticolato; entra infine nel settore delle plastiche rigide modificando in proprio i polimeri utilizzati per fare articoli tecnici.
Oggi la Softer, che ha da poco trasferito il quartiere generale a Villa Selva di Forlì in un’area di 105mila metri quadrati, ha 300 dipendenti, un fatturato di 97 milioni di euro in cui l’export incide per il 40%, un laboratorio di ricerca con quindici persone. E produce con ben 14mila formulazioni diverse: il 10% con marchio proprio, il resto per conto terzi.
Sposato con Annamaria Ravasi, lombarda di Saronno, legami ancora forti con Vasto dove ha una casa in mezzo agli oliveti e un gozzo, dente avvelenato con il governo per una tassazione troppo alta che blocca la crescita delle aziende, Carfagnini ha due figli: Alessandro, 1979, laurea in Chimica industriale, e Chiara, laurea in Legge. E ha in animo di svilupparsi all'estero al seguito dei suoi clienti, dalle case automobilistiche ai calzaturieri. Così ha aperto di recente uno stabilimento in Messico, a Leon, per la produzione di gomma termoplastica per le calzature, uno in Brasile, a Porto Alegre, per gli elastomeri tecnici destinati alle auto mentre è in dirittura d'arrivo un terzo in India, a Chennai. Ma guarda anche con interesse il campo all’asfalto drenante, un materiale salvavita perché riduce del 30% gli incidenti in caso di pioggia.
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