Il re dei Tir dietro il mistero dei bond trovati al confine

nostro inviato a Carimate (Como)

Via della Fagiana è una strada in discesa, tra i campi da golf e le ville opulente e discrete della Brianza. Al numero 12, intento a sistemare le piante in questo week end d’estate, c’è l’uomo chiave del giallo che in Italia ha poco successo ma che scuote i blog di mezzo mondo, che viene studiato nelle sedi dell’intelligence, e che ha portato a Como i reporter delle reti tivù giapponesi e americane. È la storia dei bond americani - per l’astronomica cifra di 134,5 miliardi di dollari - con cui due giapponesi si sono fatti beccare alla frontiera di Chiasso, tra Svizzera e Italia, il pomeriggio del 2 giugno scorso.
I due giapponesi, i signori Akihiko Yamaguchi e Mitusoyoshi Wanatabe sono spariti nel nulla: al punto che il loro avvocato, Massimo Schipilliti, ha deciso di rinunciare al mandato. I bond sono nelle mani della Guardia di finanza e dei servizi segreti americani che incredibilmente - a un mese e passa dal fattaccio - non hanno ancora detto ufficialmente se i titoli sono buoni o fasulli. Invece il signor Alessandro Santi è rimasto nella sua villa di Carimate e pota tranquillo le piante. E se gli chiedi che ruolo svolge in tutto questo pasticcio allarga le braccia, «C’è il segreto istruttorio!», e torna a lavorare di cesoia.
Così, visto che lui non collabora, per cercare di capirci qualcosa bisogna rimettere in fila i fatti. Partendo dall’unico che ancora non è di pubblico dominio: pochi mesi fa, secondo quanto risulta al Giornale, i servizi segreti americani avvisano i loro colleghi italiani del possibile arrivo in Italia di una valanga di titoli di Stato a stelle e strisce, che il governo nordcoreano - isolato dall’embargo a causa dei suoi esperimenti atomici - cerca di convertire in euro. La segnalazione viene incamerata senza particolare emozione. Se non fosse che il pomeriggio del 2 giugno dal treno regionale 10854 proveniente da Milano, alla frontiera di Chiasso scendono e vengono bloccati dalla Guardia di finanza i due giapponesi, Yamaguchi e Wanatabe, con quattro telefonini a testa e nel doppiofondo delle valigie un malloppo di bond da far rizzare i capelli. Tanti. Troppi. I mass media giapponesi si fiondano sulla storia. Prima ipotesi: i due non sono affatto giapponesi ma agenti segreti di Pyongyang, che da sempre hanno il vizio di camuffarsi dietro passaporti del Sol Levante.
Insomma, sembra che la segnalazione della Cia abbia visto giusto. Peccato che, dopo qualche settimana, si scopra che i due signori sono giapponesi davvero. I bond non si sa dove li abbiano presi, anzi, neanche si sa se siano buoni. Il servizio segreto dell’ambasciata Usa a Roma, interpellato dalla Finanza, tace. In compenso la Provincia, il quotidiano di Como, rivela che tra le carte dei due giapponesi è saltata fuori della documentazione curiosa. Sono documenti che collegano il malloppo alla Dragon Family, una fondazione cinese che si occupa di investimenti. Il giallo si infittisce. Uno dei tanti blog che si scatenano sulla vicenda arriva a dire che di mezzo c’è il tesoro che l’imperatore cinese affidò agli americani prima dell’invasione giapponese della Manciuria, ottenendone in cambio i bond misteriosamente riapparsi a Chiasso.
Tutto sarebbe più facile se gli americani si decidessero a comunicare se i bond sono buoni o farlocchi. Perché, come ognuno può intuire, la storia cambia radicalmente. Se sono fasulli, allora Yamaguchi e Wanatabe vengono retrocessi ufficialmente nella categoria degli zanza, dei patacca, insomma degli imbroglioni. Se i bond sono veri, allora davvero quel pomeriggio di giugno a Como è stato intercettato un brandello di un’operazione colossale.
Certo, a sbrogliare la matassa potrebbe provvedere il signor Santi, quello che pota le ortensie a Carimate. Cominciando a spiegare perché due businessman giapponesi carichi di bond veri o fasulli avessero nelle loro carte, come riferimento, proprio lui: milanese, 72 anni, una vita spesa nelle spedizioni internazionali e negli affari di dogana, già presidente del Consorzio internazionale trasporti di Roma, socio e poi proprietario unico della Interprogetti di Milano. Insomma, uno che delle cose che accadono da sempre sulla frontiera tra Italia e Svizzera sa tutto o quasi tutto. Ma per adesso non parla: «Eh! C’è il segreto istruttorio!».