Reportage / L'ospedale italiano che salva i bambini dall'incubo Aids

In Uganda i volontari dell’Avsi evitano il contagio tra le madri sieropositive e i loro figli già prima della nascita <br />

Kitgum (Uganda) - «La prima pillola si chiama speranza». Ketty Opoka, lo spiega con la semplicità di chi lo fa ogni giorno. Di chi da una vita affida a questa regoletta banale una missione un tempo impossibile. Per i testi di medicina internazionale è semplicemente Pmtct. Un acronimo, un abbreviazione, cinque lettere per dire “prevenzione materno fetale”. Senza quella terapia l’Aids non è contagio, ma flagello, decimazione, estinzione della specie.

Soprattutto in Africa, soprattutto in Uganda, soprattutto in questa prima linea del male a sei ore di macchina da Kampala. Qui ai confini con il Sudan ancora oggi, nonostante prevenzione e farmaci retrovirali, il dieci per cento delle donne incinte risulta sieropositivo. Da otto anni quelle donne vengono individuate e trattate a base di neviparina, grazie ad un programma dell’organizzazione mondiale della sanità sviluppato dal governo ugandese e dai volontari italiani dell’Avsi. «Il Pmtct permette di ridurre del 70% la trasmissione del virus somministrando nevirapina alla madre durante le doglie e al figlio entro le prime 72 ore di vita – spiega Mila Valsecchi, 37 anni, medico anestesista del Niguarda di Milano da poco trasferitasi qui a Kitgum per seguire i programmi medici dell’Avsi-. Qui all’ospedale St Joseph's siamo stati fra i primi a introdurre il programma.

Ogni anno circa 30mila donne incinte raggiungono l’ospedale e, se risultano sieropositive, vengono sostenute durante il parto e l'allattamento, i due momenti più rischiosi per la trasmissione del virus. In Uganda ogni anno 77mila donne sieropositive rimangono incinte e quindi circa 23mila bambini, il 30 per cento, nascerebbe con il virus dell'Hiv. Ma per salvare bisogna convincerle a venire all’ospedale, bisogna spingerle a farsi curare». E qui inizia la parte di Ketty, un lungo cammino e un piccolo segreto assai italiano.
Ketty te lo racconta inseguendo gli occhi del dottor Vito Schimera e di sua moglie Anna, due volontari dell’Avsi tornati da queste parti dopo esserci vissuti dal 1991 al 1996. «Qui da noi una donna incinta che scopre di essere sieropositiva - racconta Ketty - è una donna sull’orlo del baratro. Una donna senza più speranza. Una donna convinta di aver condannato a morte non solo se stessa, ma anche il proprio figlio. Il mio primo pensiero è cacciare quel fantasma, liberarla dallo stigma dell’Aids, gridarle “attenta, non solo puoi sopravvivere, ma puoi anche metter al mondo dei figli sani”. Per riuscirci devo però convincerla ad ascoltarmi, farla venire all’ospedale, persuaderla a seguire la terapia. Per questo la prima pillola si chiama speranza». In quella regola è nascosto il segreto italiano, la ricetta misteriosa capace di tramutare la condanna in voglia di vivere, le cure in gioia. Per comprenderla bisogna fare un salto nel tempo, riandare con Ketty Opoka, con Vito e con Anna agli anni Ottanta. «Allora Avsi era solo un pugno di amici, – racconta Vito - l’Aids invece era un flagello misterioso, un nemico capace di rubarti giorno dopo giorno tutti quelli che ti stavano intorno». Ketty lo ricorda bene.

«Oggi ho 57 anni, allora ne avevo 30, facevo l’insegnante e all’improvviso il male si prese Elis. Era un mio amico, ma anche un amico di quei ragazzi italiani. Quando andavo a trovarlo, al suo fianco trovavo sempre loro, assieme a tanti ugandesi. A quel tempo non era né facile, né scontato. A quel tempo nessuno sapeva da dove arrivava il contagio. Nessuno sapeva come si trasmetteva. Chi se lo pigliava era condannato a morire solo, infelice e dimenticato. Elis, invece, non era mai solo, non era mai triste. Mi raccontava di averlo imparato dagli amici italiani. L’amore che mi regalate, mi ripeteva non appartiene a noi, ma a Dio. Lo guardai morire sorridendo e la mia vita cambiò. Lasciai la scuola, la paga, la certezza della pensione. Capii che da quel momento dovevo riuscire ad insegnare agli altri quell’amore che Elis aveva imparato dagli italiani».

Per Vito, per Anna, per chi in quegli anni portava in Africa gli insegnamenti del cattolicesimo di Don Giussani, non era solo un atto di fede. «Salvare l’Africa per noi non significava distribuire aiuti, ma lasciare un messaggio, imprimere un modello, una testimonianza capace di ripetersi anche senza la nostra presenza». Da quel messaggio, dall’insegnamento degli amici arrivati dall’Italia, partono la strada di Ketty Opoka, la strada dei meeting point, dei punti d’incontro. In quei centri nati dentro le loro stesse case Ketty e un pugno di altre volontarie iniziano a dare assistenza ai malati che nessuno vuole. In quei centri l’amore e la speranza sono la prima medicina. Lì Ketty e gli amici italiani incominciano prima a combattere la solitudine dell’Aids e poi - nel 2002 - a cercar di debellare il flagello della trasmissione di madre in figlio. Oggi tutto il programma di prevenzione materno fetale che porta le donne incinte all’ospedale St. Joseph di Kitgum si basa sui meeting point di Ketty e sul sostegno offerto dai volontari dell’Avsi. In quei centri la fede e la tenacia di un gruppo di volontari italiani è diventato il punto di partenza per restituire la speranza all’Africa e rompere la catena dell’Aids.