«Restauratore? Un chirurgo tra chimica, storia e magia»

«Lo Sposalizio della Vergine» di Raffaello torna a risplendere. Il dipinto, che insieme con il «Cristo morto» del Mantegna e il «Bacio» di Hayez è tra i pezzi più significativi della Pinacoteca di Brera, dopo un restauro lungo un anno è tornato alla sua posizione, nella sala XXIV.
Dipinto nel 1504 da un Raffaello ventunenne per una francescana chiesa di Città di Castello (Perugia), dall'Ottocento il capolavoro appartiene a Brera e da allora è stato oggetto di un paio di interventi, l'ultimo dei quali, nel 1958, a causa di un vandalo che colpì a martellate il gomito e il ventre di Maria. Dobbiamo ringraziare i restauratori della Soprintendenza di Milano Paola Borghese, Andrea Carini e Sara Scatragli, diretti da Matteo Ceriana ed Emanuela Daffra, e le accurate indagini diagnostiche realizzate nei laboratori dell’Università Statale, dell'Enea di Roma e dell'Università di Bergamo, se oggi possiamo apprezzare «una cromia più equilibrata», come ci spiega Emanuela Daffra.
Dottoressa Daffra, è soddisfatta?
«Cominciamo col dire che nel corso dei secoli “Lo Sposalizio della Vergine“ ha subito pochi ritocchi, segno della straordinaria tecnica di Raffaello. Abbiamo individuato le zone in cui il colore si sarebbe sollevato e siamo intervenuti in tempo. Ma i risultati più sorprendenti sono arrivati dalla pulitura».
Vale a dire?
«Abbiamo tolto le vernici, ormai ingiallite, di ritocchi risalenti a cinquant’anni fa: il manto di un'ancella, che prima era ocra, appare bianco mentre la cuffia dell'altra ancella, prima marrone, è viola. Abbiamo ritrovato l'armonia cromatica della pittura raffaellesca».
Tre restauratori della Soprintendenza hanno lavorato sul dipinto, altri hanno operato sulla cornice: come definisce la figura del restauratore di oggi?
«È in continua evoluzione: prima ogni professionista era un po' mago e operava con ricette, che custodiva gelosamente, in modo empirico. Oggi è fondamentale avere solide conoscenze di chimica proprio perché, come nel caso di Raffaello, la pulitura è essenziale: si agisce con perizia chirurgica».
Tra chimica e tecnologia, contano ancora le mani?
«L'approccio fisico all'opera è fondamentale anche nella pulitura, visto che l'azione chimica dei solventi sui tamponi è guidata dalle mani dei restauratori che regolano il tempo e la pressione dell'atto. Ma per il restauratore il momento più esaltante è il ritocco».
Ossia?
«Quando si colmano le lacune componendo un colore in tutto e per tutto simile all'originale ma distinguibile da esso, solo ad un analisi ravvicinata si compie il cosiddetto ritocco. Un' opera d'arte nell'opera d'arte».
La nostra Soprintendenza può contare su tecnici esperti, che hanno lavorato nel suggestivo laboratorio trasparente situato nella sala XVIII della Pinacoteca. Come si diventa professionisti capaci?
«Attualmente in Italia esistono due scuole di comprovata eccellenza: l'Opificio delle pietre dure di Firenze e l'Istituto centrale per il restauro di Roma. I nostri restauratori hanno studiato lì e poi hanno superato un concorso. Tuttavia, andrebbe definita meglio la formazione di una professione in così rapida evoluzione. In Italia possiamo contare su una tradizione che coniuga competenza tecnica e sensibilità storica e le soprintendenze, invenzione tutta nostra, hanno un importante ruolo di tutela del patrimonio».
Anche delle opere contemporanee?
«Certamente. Non a caso Brera ha restaurato il dipinto di Raffaello e, allo stesso tempo, organizzato seguitissime conferenze sulle tecniche di restauro per l'arte contemporanea, più difficile da trattare perché sovente concepita per non essere durevole».