Ribelli viziati con il rimpianto per un’epoca senza futuro

(...) E allora che motivo c’è di abbandonare la minestrina garantita e la kefiah stirata, per andare a sfidare gli spifferi di una catapecchia? Le occupazioni di una volta avevano una loro grandeur: come quella di largo Richini, che trasformò in alloggi popolari l’Hotel Siviglia, la leggendaria casa di appuntamenti della Milano tra le due guerre, e dalle stanze che avevano visto le imprese erotiche di schiere di milanesi andavano in onda i programmi di una radio libera. A volte le occupazioni facevano il miracolo: quando un gruppo di anarchici si impadronì di un intero palazzo di via Torricelli, che le due anziane proprietarie lasciavano andare in malora, le vecchine per disperazione lo regalarono al Comune, che si ritrovò padrone dell’intero stabile senza scucire un quattrino.
Oltre alle curve demografiche era diverso il retroterra politico. L’idea veniva dalla Londra degli squatter e del movimento hippy, ma andava a saldarsi con la antica tradizione italiana di occupare le terre incolte. Dalla cultura hippy venivano i punk che trasformarono lo sgombero del centro sociale di via Conchetta, nel 1988, in una performance artistica, salendo sul tetto e tagliandosi il petto con le lamette: le immagini fecero il giro d’Europa. Dalle tradizioni contadine veniva la determinazione nel difendere le occupazioni: come quella di via Santa Marta, il cui sgombero da parte delle forze dell’ordine si tradusse in una battaglia tanto interminabile quanto leale, cariche e controcariche, lacrimogeni contro sanpietrini, caschi conto caschi, senza che nessuno si facesse troppo male, e mancava solo che alla fine ultras e celerini andassero a fare insieme il terzo tempo.
In quelle occupazioni si trovava di tutto: militanti politici e pensionati della «minima», piccoli malavitosi e intere famiglie di operai meridionali. E nei palazzi requisiti esisteva una lista d’attesa come per le case dello Iacp, con graduatorie e punteggi per scegliere i destinatari degli appartamenti che man mano si liberavano. In alcune case occupate sopravvivevano gli ultimi esperimenti di «comune», con quattrini e amori liberamente condivisi. Ma erano casi sporadici. La norma era che ognuno si tenesse il suo appartamento ben chiusa a chiave, e ne tutelasse la proprietà come se fosse autenticata dal notaio.
La realtà è che quelle occupazioni nascevano effettivamente dal bisogno: più esattamente, da una situazione surreale creata da una legge, quella sull’equo canone, che aveva di fatto cancellato il mercato degli affitti a Milano. Erano anni, per dare un’idea, in cui le giovani coppie studiavano la mattina presto i necrologi sui giornali per avventarsi sugli appartamenti lasciati liberi dai defunti. In questo caos la pratica delle occupazioni, robustamente cavalcata dalla sinistra extraparlamentare, trovava terreno fertile.
Trentacinque anni dopo, la storia si ripete come farsa. In via De Amicis, pur di dare senso compiuto ad un abbozzo di occupazione, hanno inventato persino una «Casa dello sciopero», ed è finita come doveva finire: dopo quattro giorni sono tutti tornati a dormire a casa, senza neanche bisogno che arrivasse la polizia.