Ricerche sui medicinali: Lombardia al primo posto

Nei laboratori si cercano rimedi soprattutto per i tumori, le malattie cardiache e quelle infettive

Daniele Colombo

Milano e la Lombardia sempre più leader in ambito sanitario. L'ennesimo riconoscimento emerge dalla valutazione dei dati dell'Osservatorio nazionale sulle sperimentazioni cliniche dei medicinali curato dall'Aifa (Agenzia italiana del farmaco). Dati recentemente resi (parzialmente) pubblici sul sito https://oss-sper-clin.sanita.it/. Negli ultimi cinque anni sono stati 1497 (226 solo nel 2005) i cosiddetti trial con almeno un centro nella provincia di Milano.
Area che rappresenta circa la metà delle sperimentazioni lombarde (51,6 per cento nel 2003), mentre la Lombardia copre praticamente un terzo di quelle nazionali (32, 2 per cento nel 2004). Un primato, dunque, fondato soprattutto sulla qualità e il numero delle strutture sanitarie. «È evidente che si sperimenta nel Milanese perché qui ci sono le massime garanzie per tecnologia e competenze scientifiche - dice Pietro Macconi, presidente della Commissione Sanità e Assistenza -. Ma questi rilevamenti sono anche l'ennesima conferma di quanto di buono ha fatto la Regione negli ultimi anni».
Per quanto riguarda le aree terapeutiche, nel quinquennio è l'oncologia a dominare (25,5 per cento). E il fatto che gli antitumorali siano i farmaci più innovativi registrati negli ultimi tempi fa ben sperare. Purtroppo, nonostante il graduale ridimensionamento del rischio di morte, come evidenziato dall'Atlante di mortalità 2005 pubblicato dall'Asl, ogni anno a Milano ci sono ancora diecimila ammalati di cancro. Seguono, nella speciale classifica, la cardiologia (11,5 per cento), immunologia e malattie infettive (11,4 per cento) e neurologia (9,9 per cento).
Un punto su cui riflettere è rappresentato da chi promuove le ricerche. Ben 1206 delle 1497 sperimentazioni sono legate alle aziende farmaceutiche, che rappresentano l'80,6 per cento del totale. Tra queste svettano i nomi di Novartis (8,8 per cento), GlaxoSmithKline (5,6 per cento), Roche (4,9 per cento). Gli enti no profit sono a grande distanza. Ai primi posti si trovano gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (10,1 per cento), le associazioni scientifiche (4,3 per cento), Asl e aziende ospedaliere (2,5 per cento), enti di ricerca e fondazioni (2,3 per cento), infine le università (0,3 per cento).
Relativamente a questo ambito il primato spetta alla fondazione dell'Ospedale San Raffaele Monte Tabor (23,7 per cento), seguito dall'Istituto Europeo di Oncologia del professor Veronesi (11,3), dall'Istituto nazionale Studio e Cura dei Tumori di Milano (3,8).
Critico sul fatto che tocchi all'industria farmaceutica sostenere la grande maggioranza delle ricerche cliniche sui farmaci è il professor Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri (al settimo posto con il 2,4 per cento), che non manca di rilevare come i farmaci veramente innovativi «siano ancora molto pochi rispetto a quelli lanciati sul mercato»: «Purtroppo la ricerca indipendente è estremamente limitata, anche se recentemente l'Aifa ha lanciato un programma di sostegno, che speriamo rappresenti un segnale positivo».
Difficile dire quante persone vengono coinvolte in queste sperimentazioni. «Non abbiamo dati in proposito - dice Carlo Tomino, direttore dell'ufficio sperimentazioni cliniche dell'Aifa - anche se sappiamo che ci sono trial che arruolano ognuno oltre 5000 soggetti. Persone che comunque godono di una garanzia assicurativa, del controllo di un comitato etico e di quanto emerso dagli studi preclinici e clinici».
Una delle questioni dibattute è se sia etico sottoporre volontari sani alla sperimentazione dietro compenso. Ma il dibattito si allarga all'utilità della vivisezione, visto che poi si deve sempre sperimentare sull'uomo: «Solo con un reale rinnovamento dei metodi di sperimentazione si potrà giungere ad una seria tutela della salute umana» sostiene Fabrizia Pratesi, coordinatrice del Comitato Scientifico Equivita.
«C'è poco da fare - questo invece il pensiero del responsabile dell'Osservatorio - il sistema in vivo è necessario. Oggi è possibile fare un'intensa fase di screening mediante tecniche computazionali, utilizzando le banche dati delle molecole disponibili. E si prosegue con l'impiego di linee cellulari. Il numero di animali da sacrificare è, dunque, minimo».