In ricordo di Eluana: il 9 febbraio la giornata degli stati vegetativi

In Lombardia sono assistite cinquecento persone, quasi cento in casa dai familiari. Formigoni: «La Regione in difesa della vita»

Sono trascorsi due anni dalla morte di Eluana Englaro. E oggi quel 9 febbraio 2009 sarà ricordato con la prima Giornata nazionale degli stati vegetativi, che il governo ha deciso di celebrare ogni anno. Roberto Formigoni, il presidente della Regione Lombardia che allora tentò fino all'ultimo di salvare la vita della giovane donna, spiega il significato dell'iniziativa, che tocca centinaia di altre vite e di altre famiglie: «Le persone in stato vegetativo sono consegnate totalmente alla nostra responsabilità: chi soffre di una grave invalidità non diventa qualcosa d'altro da un uomo e da una donna, ma resta pienamente e indissolubilmente una persona e porta un dolore e una sofferenza che meritano solidarietà ed elogio».
Le persone in stato vegetativo assistite in Lombardia sono circa cinquecento: l'80 per cento di loro si trova in strutture pubbliche. Cento persone sono assistite a domicilio, dai familiari. La Regione Lombardia rivendica di essere stata la prima in Italia a garantire ricoveri gratuiti di sollievo transitorio o definitivo a queste persone. Accadeva nel 1997. Nuove misure di sostegno sono state aggiunte nel settembre 2009: da allora viene erogato ai familiari delle persone in stato vegetativo, assistite a domicilio, un contributo mensile di 500 euro. «È destinato a compensarli per il lavoro che svolgono quotidianamente nell'assistere il malato in casa» spiegano dal Pirellone.
La filosofia alla base dell'iniziativa è chiara: «La dignità di ogni vita è un carattere ontologico che non può dipendere dal concetto di qualità di vita misurata in base ad un processo utilitaristico». Così la Lombardia difende le ragioni della vita anche nelle condizioni più difficili, ma non è semplice aiutare le tante persone che hanno bisogno di aiuto e sostegno concreto per non essere sopraffatti dalla sofferenza, dalla fatica, dai disagi. Molto c'è ancora da fare, assicura Formigoni: «Una società che difenda il valore dell'uguaglianza e un Paese che voglia veramente dirsi civile deve essere in grado di mettere tutti i propri cittadini nella condizione di vivere con dignità anche l'esperienza della malattia e della grave disabilità, promuovendo l'inclusione e non l'esclusione sociale o, peggio ancora, l'isolamento e l'abbandono». È la solitudine, insieme all'incomprensione, uno dei pesi più difficili da portare: «Occorre continuare a lavorare per riconoscere la piena dignità dell'esistenza di ogni essere umano».