«La rinascita di piazza Duomo più mostre e meno critiche»

Milano e il bello. Questo è stato il tema dominante del dibattito che ha animato gli ultimi sei mesi del 2006, grazie allo stimolo dato, in primis, dal sindaco Letizia Moratti che in campagna elettorale espresse giudizio negativo sull’Ago e il filo di Oldenburg in piazza Cadorna. La questione si è allargata e a macchia d’olio tutti gli altri monumenti sono stati investiti dalla risvegliata «furia critica». Primi fra tutti: il Cubo di Aldo Rossi, la statua a Montanelli, piazza Sempione, i grattacieli che sorgeranno nell’area dell’ex Fiera, nell’area di Garibaldi-Repubblica e all’Isola, tanto per citarne alcuni. E ancora si è parlato, talvolta con toni accesi, di piazza Duomo, una bagarre che ha visto più di una volta contrapposti giunta e sovrintendenza. E ancora la spinosa questione dei graffiti, con il caso Leoncavallo, i parcheggi sotto la Darsena e Sant’Ambrogio, gli scempi edilizi che avevano spinto l’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi a costituire una “Commissione per il bello”.
Cosa ci riserverà il 2007? O meglio quali sono le speranze, gli auspici, i desideri dei milanesi doc? L’abbiamo chiesto a intellettuali, critici d’arte, architetti, direttori artistici.
Massimiliano Fuksas, che ha firmato l’avveniristica fiera di Rho-Pero sdoppia la questione: da una parte la vita di tutti i giorni in città, dall’altra la cultura. «Credo che Milano abbia bisogno di risolvere la questione del quotidiano, più che pensare ai grandi dibattiti. In città ci si sposta, ma come sono i mezzi? Puntuali? Puliti? E i treni? Ancora peggio. Tutti i cittadini vorrebbero marciapiedi puliti e strade che non si allagano ogni volta che piove. E poi il verde: un cittadino vorrebbe che, quando viene tagliato un albero ne venga ripiantato un altro, possibilmente della stessa specie. Non è fantascienza, sono cose che accadono in Europa: a Parigi, per esempio, i marciapiedi vengono puliti e disinfettati quotidianamente. Milano insomma ha bisogno di cure e pensare che negli anni ’60 era perfetta...». Stesso discorso per piazza Duomo. Secondo Fuksas, infatti, la piazza è sporca, gli edifici sono coperti da orribili cartelloni pubblicitari, anche i negozi andrebbero rivisti e dulcis in fundo nei ristoranti della galleria non si mangia più bene. Insomma «il Duomo non è più il salotto della città, ha perso la sua identità». La cura? Eliminare cartelloni, pali della luce, cartelli stradali, brutti negozi». Il j’accuse dell’architetto si scaglia poi contro la cultura meneghina. E qui Fuksas non può fare a meno di lanciare una frecciatina al vetriolo: «Rispetto a Milano, l’offerta culturale di Roma è nettamente superiore. E poi Milano non ha un museo dell’arte contemporanea, Roma ne ha più di uno. Milano ha perso la sua grande occasione: fare un museo a Lucio Fontana comprando le opere quando costavano ancora poco. Ecco allora l’invito che rivolgo ai milanesi: comprate delle opere d’arte da regalare alla città, è ora che si riattivi un mercato dell’arte un tempo fiore all’occhiello di Milano».
Si rifà al passato anche Philippe Daverio, critico d’arte, assessore alla Cultura sotto la giunta Formentini: «Bisogna riaprire il dibattito culturale: un tempo Milano era molto vivace, c’era il circolo Turati, il circolo Filologico, il dibattito tra Strehler e Paolo Grassi, discussioni al De Amicis, nei bar di Brera, alla Casa della Cultura. Adesso nei bar c’è solo l’happy hour... insomma Milano ha subito un’involuzione». L’invito alla città è altrettanto tranchant: «Milano deve tornare a essere intelligente e valorizzare le intelligenze. Basta con le parole, è ora di decidere che città si vuole». Intelligenze e giovani, seconda risorsa sopita: «Investire sulla credibilità dei ventenni, che solo all’università sono 200mila, è il secondo obiettivo».
Molto diversa la prospettiva di Andrée Ruth Shammah, direttore artistico del teatro Franco Parenti che ribalta il podio nella competizione tra Roma e Milano: «Milano deve imparare a valorizzarsi, a Roma non avvengono nemmeno la metà delle cose che succedono qui, il problema è la comunicazione». Città delle eccellenze, scientifiche, universitarie, culturali, artistiche dalla Triennale alla Scala, passando per il San Raffaele, il Politecnico e l’Orchestra Verdi, per fare qualche nome, Milano si è ammalata: ha perso la fiducia in sé e non si valorizza. «Ecco allora il mio auspicio per il 2007: Milano impari a credere in se stessa, anche perché - continua la Shammah - le critiche a un certo punto diventano una scusa per non fare niente».
Fiducioso e soddisfatto Davide Rampello, presidente di una delle eccellenze meneghine, ovvero la Triennale: «Milano è sulla via del rilancio, si sono aperti moltissimi cantieri che trasformeranno radicalmente il volto della città come Bovisa, che diventerà la Cittadella della ricerca, Santa Giulia, Garibaldi-Repubblica, l’Isola, CityLife. Anche la fiera di Fuksas è in continua evoluzione. Quello che vorrei per il 2007 è che la città continuasse su questa strada, moltiplicando le offerte culturali, anche se la cosa fondamentale non è l’evento in sé ma la presenza costante delle istituzioni e delle iniziative. Solo la cultura permette di creare un tessuto sociale, un ordito coeso che unisca in un’identità comune, persone di età, nazionalità, culture diverse». L’integrazione sociale della città deve essere il prossimo obiettivo, che si raggiunge con la costituzione di luoghi di discussione e di incontro capaci di attirare la cittadinanza nel suo complesso.
Dello stesso parere Gisella Borioli, direttrice di Superstudio Più, altra istituzione all’ombra della Madonnina: «Milano si sta muovendo in modo positivo, il problema di questa città è l’atteggiamento dei milanesi, vedono il bello solo altrove. Quando poi, però, qualcuno fa qualcosa sono tutti pronti a criticare». E il pensiero va ai progetti di Garibaldi-Repubblica o di CityLife: «Il concetto di bello è relativo e a non tutti piaceranno i grattacieli, io trovo il progetto di Garbaldi interessante e comunque sono stati chiamati dei grandi architetti. Milano deve andare avanti, sono i cittadini che non sanno guardare al futuro». La città non ha un museo del contemporaneo... «Per fare le cose ci vuole tempo - replica la Borioli - e Sgarbi ha già dato delle indicazioni in merito. Intanto, stiamo lavorando alla Biennale delle arti contemporanee “Babele” mentre l’anno prossimo avremo una mostra su Versace artista, e la Triennale si appresta a celebrare Giorgio Armani. Insomma si sta aprendo, anche nel campo della moda, una nuova prospettiva: l’attenzione all’espressione artistica che non si riduce alle sole sfilate». Insomma grande fiducia da parte di Gisella Borioli verso Palazzo Marino, mentre le critiche vanno piuttosto ai milanesi, «che sporcano la città invece di tenerla pulita perché non la amano».