Il risparmiatore paga la paura del contagio

I mercati e gli investitori hanno massimamente paura di ciò che non conoscono, che non afferrano, che non sanno gestire. E la paura tra gli investitori è una brutta bestia, che si diffonde come una malattia contagiosa e diventa panico. Quello che è successo ieri e che sta succedendo, ad ondate, sui mercati finanziari mondiali è un copione che ciclicamente si ripete: la paura che presto scoppi un incendio di proporzioni gigantesche. Spesso però la corsa ad allontanarsi dai focolai, crea più danni del temuto incendio.
Tutto nasce da uno straordinario ciclo economico: che ha messo insieme una buona crescita dell'economia reale europea, il boom di quella asiatica e la tenuta di quella americana. Si è creata così una grande massa di liquidità: quattrini, danari, contanti pronti a trovare il loro impiego, senza fare troppe storie sui possibili ritorni. Quando una merce è abbondante (il danaro è pur sempre una merce) il suo impiego talvolta è troppo disinvolto. E così il mercato finanziario più evoluto, quello americano, ha iniziato ad impiegare l'abbondante liquidità di cui disponeva, prestandola anche a chi non se la merita. Il caso dei mutui subprime è tutto qua. Le istituzioni finanziarie statunitensi hanno elargito risorse anche a creditori molto dubbi: un po' perché avevano liquidità in abbondanza, un po' perché a garanzia di questi crediti vi sono immobili i cui valori si riteneva dovessero crescere senza sosta. Ma la macchina della finanza non si è fermata a questo passaggio. Altrimenti la crisi sarebbe stata circoscritta e bene individuata. I prestiti facili sono stati rimpacchettati (sono stati vestiti finanziariamente) e venduti a loro volta a terzi investitori. La catena è così completa: un cittadino americano pieno di debiti si compra una casa, i quattrini gli vengono prestati da un gruppo finanziario che poi vende questo prestito, dividendolo in mille pezzettini, a tanti altri gruppi finanziari. Questi ultimi comprano questa porzione di prestito dubbio perché essendo massimamente rischioso rende, sulla carta, un buon tasso di interesse e soprattutto perché a loro volta sono pieni di liquidità che non sanno più come impiegare. Il venditore si libera di un rischio altissimo che da solo non vuole sopportare, i compratori ne prendono solo un pezzettino, ma che rende molto. L'equilibrio è fragile e tutti debbono fare i loro conti con grande attenzione.
In questo scenario il contagio, di origine reale, si espande. E anche un inconsapevole investitore in un fondo speculativo può trovarsi colpito dalla morosità di un creditore del Mississippi.
Ieri la nostra epidemia ha fatto un pericoloso passo in avanti. Il meccanismo è infatti in equilibrio solo se tutti sono perfettamente consapevoli di ciò che vendono e soprattutto di ciò che comprano. Il signor Baudoin Prot è il numero uno della prima banca francese Bnp Paribas e ben conosciuto in Italia poiché ha acquisito, dopo una lunga battaglia, la Bnl. Prot una settimana fa presentando i conti del suo gruppo aveva escluso qualsiasi rischio sui «mutui americani». Come, in stagione di conti, un po' tutti i big del credito europeo hanno fatto. Anche in Italia Alessandro Profumo ha rassicurato sulla scarsa-nulla esposizione di Unicredit. Ma Prot ieri è stato clamorosamente smentito, e i suoi uomini del risparmio gestito hanno dovuto bloccare tre fondi di investimento per un totale di 1,5 miliardi per l'incapacità di dare un valore alle quote degli stessi. Le defaillance dei francesi seguono quelle di un gruppo finanziario olandese e quelle di una banca tedesca.
Il cazzotto in faccia al mercato è stato dunque ben assestato. Nella migliore delle ipotesi, e cioè che Prot sia stato in buona fede, il timore è che neanche i vertici delle banche europee sappiano esattamente quanto la malattia americana sia da noi diffusa. Un timore micidiale, perché, come detto, smonta il fragile equilibrio. L'altro ieri le banche erano a tal punto diffidenti che hanno stretto i cordoni della borsa dei prestiti persino tra di loro. In genere le banche si prestano i quattrini vicendevolmente a tassi vicini a quelli ufficiali e cioè ieri nell'intorno del 4 per cento. Non nelle ultime ore. I tassi interbancari (così si chiamano gli interessi tra banche) sono saliti al 4,7 per cento, il livello più alto dall'ottobre del 2001. E la banca centrale europea è dovuta di corsa intervenire immettendo nel sistema finanziario quasi cento miliardi di euro di liquidità: il livello più alto dalla distruzione delle Torri Gemelle. Un vero pasticcio. Con l'intento di accomodare la situazione, i banchieri centrali hanno certificato che il rischio del precipizio è alto.
In questo scenario le conseguenze sono ovviamente tutte da scrivere. Ma le opzioni estreme sono due. La prima, quella più morbida, è che nei prossimi mesi i focolai si accendano e spengano con la velocità di questi giorni. Qua e là emergeranno contagi, default e fondi che saltano. Con conseguenze limitate alle sessioni finanziarie del momento. È uno scenario light che presuppone un rapido riassorbimento del rischio.
La seconda opzione è quella che oggi temono le autorità di vigilanza. E cioè che «prodotti contagiati subprime» siano presenti in maniera diffusa nei nostri portafogli e che le banche abbiano preso in proprio rischi il cui impatto non era loro chiaro in origine. In questa opzione la lettura del mercato sarebbe molto negativa: si chiuderebbe il rubinetto del credito in una sorta di caccia all'untore e la liquidità evaporerebbe in un solo istante. Le spese le farebbero i risparmiatori con i loro attivi, ma anche l'economia reale che vedrebbe rarefarsi l'ossigeno necessario al suo sviluppo.
È probabile che nessuno di questi due estremi si realizzi. Appare però già chiaro che la stagione della liquidità a buon mercato sia finita. Il che non vuol dire solo che non si presteranno più quattrini ad acquirenti di case dubbi, ma che anche le imprese inizieranno a trovare maggiori difficoltà. In particolare i cosiddetti private equity (fondi che investono nel capitale di imprese) e i riacquisti di azioni proprie lanciati un po' in tutto il mondo. Non è un caso che proprio ieri il termometro che misura una riduzione dei tassi di interesse in America sia salito all'82 per cento di probabilità. I mercati scommettono che la Fed a settembre abbasserà i tassi per contrastare un mercato del credito che si avvia ad essere molto più avaro.
Nicola Porro