Rissa tra i latinos: la polizia arresta cinque ecuadoriani

Nel settembre scorso la gang di ecuadoriani aveva aggredito due
connazionali di un gruppo rivale. La polizia lancia l’allarme: "Il solo
fatto di trovarsi in fazioni opposte è un pretesto per scontrarsi"

«Non commettono reati molto gravi, non svolgono attività criminali, ma quando s’incontrano tra loro, solo per il fatto di appartenere a bande differenti, si scontrano senza nemmeno dover trovare un pretesto per litigare. Basta che capiscano di essere su due fronti opposti. Il fenomeno esiste. E cerchiamo di comprenderlo e contrastarlo».
Non si scopre certamente l’acqua calda dicendo che a Milano le pandillas - le bande giovanili latino americane - in questi anni non hanno mai smesso di proliferare, incontrarsi, fare proseliti e combattersi. La polizia, quando in città accade un evento criminale che coinvolge giovani sudamericani, si premura sempre di precisare che «non si tratta di bande giovanili». Stavolta, però, è proprio il dirigente della squadra mobile Alessandro Giuliano a parlare di queste gang dai nomi esotici. Lo fa in occasione dell’arresto di cinque ecuadoriani ritenuti responsabili dell’aggressione, nella notte tra sabato 11 e domenica 12 settembre, di due giovani connazionali, Daniel S., 30 anni e Dario P., 18 anni. I ragazzi finiti in manette hanno tutti tra i 18 e i 23 anni, e nomi di battaglia da guerriglieri, che rimandano a qualche film americano, come Cachorro, Tyron, Tainy, Polaco, Pepelucho. Sono immigrati di seconda generazione, che vivono con le famiglie tra Milano, Corsico, Locate Triulzi e Lissone. E appartengono ai Latin King, ai New York e agli Ms-13. Le loro vittime, invece, militano nei Chicago.
I due schieramenti quella notte di settembre si sono incontrati all’uscita dal Cobà, un disco-bar latino americano di via Ascanio Sforza e dove si ascolta musica dal vivo. Intorno alle 4.30 Daniel S. e Dario P. dei Chicago - entrambi incensurati e regolari in Italia - si apprestavano a lasciare il locale e camminavano per strada parlottando quando, improvvisamente, sono stati avvicinati da quattro sconosciuti, pure loro ecuadoriani. Che gli sconosciuti non avessero buone intenzioni a Daniel e a Dario è apparso subito evidente. Così come il fatto che cercavano la rissa perché li avevano riconosciuti come appartenenti a un’altra banda. Sta di fatto che il gruppetto non mollava. Così, notando che Daniel e Dario erano di parere diverso, i quattro li hanno seguiti fino sul ponte di via Borsi, al di là del quale, visto che le provocazioni non avevano sortito alcun effetto, sono passati alle maniere forti. Dario se l’è cavata perché è stato colpito con un punteruolo sul volto, rimediando solo qualche graffio e finendo al San Paolo dove lo hanno dimesso poco dopo. Ad avere la peggio è stato il suo amico Daniel: con la stessa arma uno dei quattro sconosciuti, prima di sparire dalla circolazione gli ha perforato un polmone. Soccorso, il giovane è stato portato al Policlinico dove lo hanno operato subito. E dov’è rimasto ricoverato un mese.
Ivo Germano, che insegna sociologia dei processi culturali all’università di Campobasso, va oltre il fatto di cronaca. «Contro telecamere e mezzi di controllo questi giovani stranieri - che vivono un drammatico deficit d’identità a causa di quella globalizzazione che, in realtà, coinvolge solo coloro che già sentono di appartenere alla nostra società - lanciano un messaggio tribale di riappropriazione della città. La loro è una sorta di rivendicazione di quello che gli manca: sentirsi parte di questa società. Dove si vedono emarginati. Ecco perché ripropongono i modelli trovati in patria delle bande: per non sentirsi soli o troppo diversi e per poter lasciare un segno in un mondo che non sentono loro. Così facendo, però, finiscono per allontanarsi sempre più da noi e sentirsi alienati».