Ritorno al passato: ci mancava soltanto la secessione della Lega

Il Senatùr rievoca il vecchio cavallo di battaglia:<strong> <a href="/interni/bossi_torna_secessione_referendum_padania/19-09-2011/articolo-id=546552-page=0-comments=1" target="_blank">&quot;Referendum per la Padania&quot;</a></strong>.<strong> </strong>Ma la parola secessione ormai ha perso qualsiasi magia

Abracadabra. Ci mancava pure il referendum sulla secessione. Secessione è una parola magi­ca. Il Senatùr è una vita che ci gio­ca, qualche volta come una me­­ta lontana, ragione sociale della Lega, rotta, viaggio, utopia, spauracchio, ultima ratio, slo­gan, o una terra promessa che non è di questo mondo. Su que­sta parola Bossi ha costruito il suo destino politico. È lì che na­sce la Lega dei pochi, quella che ha destabilizzato la prima Re­pubblica, partito di lotta, antisi­stema, incomprensibile, sotto­valutato. È chiaro che per l’Um­berto e una parte del suo popolo secessione è una parola sacra, una ragione di vita. Adesso che sono passa­ti tanti anni e la Lega ha imparato a indossare il vestito buono, a governare, con i sindaci e i governatori, con il federalismo che non è il male minore, ma una conquista più o meno reale, quanto pesa questa parola magica?

È quello che molti continuano a chiedersi ogni volta che Bossi la evoca. Quest’estate è successo spesso, quasi come uno scongiuro. Quanto ci crede il Senatùr?

Quanto ci crede il figlio? E Maroni? E Calderoli? E i leghisti? E i sindaci? Forse si sforzano di crederci, come quelle abitudini che ti porti nell’anima tutta una vita. L’impressione, però, è che la secessione serva soprattutto a scacciare i momenti bui. Ne parli per scaramanzia. Per tornare a guardare l’orizzonte.

O per ricordare al Sud, agli alleati, ai nemici, allo Stato che la Lega ha sempre e comunque una carta di riserva, dura, radicale e attenti a non tirare troppo la corda. La secessione come monito. Soprattutto la secessione è un modo per ritrovarsi. È il fuoco intorno al quale stringersi per ridisegnare un’identità. Umberto oggi compie settant’anni e quello che ha davanti è un partito che fatica a riconoscere. Fino a quando lui resta lì, capo carismatico, patriarca e fondatore non ci saranno guerre civili, Maroni e Calderoli si abbracceranno da bravi fratelli, il cerchio magico si sente un po’ meno assediato, i quarantenni che governano sul territorio non batteranno i pugni sul tavolo.

La Lega è una famiglia patriarcale e fino a quando c’è il vecchio nessun mostra i coltelli. Ma quei coltelli ci sono e sono sotto il tavolo, pronti per essere usati. Questo Bossi lo sa. Li vede luccicare. Conosce le ambizioni umane. Lo stesso Bobo non può continuare a recitare la parte del fratello minore.

E i figli? La trota a guardarla da qui non assomiglia ancora a un delfino e non è detto che la mutazione avvenga. Il limite è che a forza di usarla la parola ha perso un po’ della sua magia. Sui più incantati magari fa ancora effetto e si stringono intorno a lei, ma tanti altri non ci credono più e disertano. Non è questa la ricetta per sopravvivere alla crisi. Non è questo il futuro. Bossi vorrebbe andare avanti, ma fatica a trovare la strada. E si rifugia nella magia del passato. Abracadabra. Secessione.