IL RITRATTO/ Luttazzi, l'americano di Trieste

Il musicista "quasi ritirato" accompagna la giovane promessa Arisa: "La mia scuola è Gershwin"

Lelio Luttazzi è un uomo d’altri tempi. Se ne sta qui seduto su di una poltroncina dell’hotel Royal, gli abiti da lord inglese, quello spleen riservato, a tratti malinconico, che zittisce tutti. Nel silenzio di fianco al caos sanremese, spiega il suo Festival abbracciando con gli occhi la stralunata e timidissima Arisa che stasera accompagnerà sul palco obbligandoci tutti al silenzio anche lì.

«Avrei voluto scriverlo io un fox trot come il suo e perciò sono felice stasera di fare il mentore per lei, anche se io mi sarei grosso modo ritirato dalle scene 30 anni fa». Lui, il più vecchio a bordo dei suoi 86 anni, le sue dita swing sul pianoforte. Lei, la più giovane, che canta Sincerità come fosse pure lei una donna d’altri tempi. Se c’è una coppia che vale un ritratto, eccola. Se si cerca conferma che le sensibilità se ne fregano delle date di nascita e s’incontrano come per magia alla faccia di tutto, guardate questi due, stasera a metà serata più o meno. «Ma le canzoni all’italiana non sono il mio pane, io vengo dalla scuola di Gershwin. Quando ho imparato la musica, qui in Italia si impazziva per Papaveri e papere, ma in America Frank Sinatra cantava Cole Porter». Per essere qui Lelio Luttazzi ha preso un semplice rimborso spese, si dice quarantamila euro.

Ma per essere qui ha anche vissuto una vita di musica e incassato una quantità di delusioni che avrebbero stroncato pure Tantalo, quello della pazienza infinita. Una la conoscete tutti, ci vuole solo un po’ di memoria. Conduceva alla radio, lui che ha una voce che scende ancora adesso fino in fondo all’anima e aveva fatto cose come Studio 1 con Mina, la trasmissione Hit parade. Venerdì, ora di pranzo. Venerdì, appuntamento per milioni di radioascoltatori, come li chiamava Corrado.

Fu arrestato, roba alla Enzo Tortora, insieme con Walter Chiari dopo che, sembra oggi, era stata intercettata una telefonata tra i due. Giugno 1970, accusa bestiale: spaccio di stupefacenti. Dopo quasi un mese di galera, fu liberato con tante scuse. Tutto falso, niente spaccio, niente di niente, Lelio Luttazzi aveva la coscienza pulita ma qualche magistrato no e addio carriera. «Il tempo ha cancellato quello scempio, non voglio neanche più parlarne». Si ritirò «più o meno» come dice lui. Quando parla è pacato e fascinoso ma nei suoi gesti si capisce il travaglio che ancora oggi l’accompagna e che forse c’era già nel 1948, quando da Trieste arrivò a Milano per partire con Teddy Reno alla ricerca della felicità, cioè della bella musica. Aveva già composto un brano, Il giovanotto matto, che Ernesto Bonino cantò mentre la guerra civile finiva e il jazz, lo swing, il bebop arrivavano di nascosto dall’altro mondo, dall’America. Poi ne scrisse altre, certo che ne scrisse: Muleta mia per Teddy Reno, Vecchia America per il Quartetto Cetra, Una zebra a pois per Mina, Quando una ragazza a New Orleans per Jula De Palma. Secoli fa.

Ora Christian De Sica e Fiorello lo adorano, Pupi Avati gli ha confezionato uno strepitoso dvd e lui si gode una vecchiaia serena di fianco a una moglie più giovane, che lo protegge da lontano, con lo sguardo. «E per di più sono tornato a Trieste dopo sessant’anni, vivo in piazza Unità d’Italia, parlo lo stesso dialetto che Svevo insegnò a James Joyce». E dice Joyce con una perfezione che lascia senza fiato. «Qui a Sanremo sarà il mio canto del cigno e poi vorrei chiudere la mia vita serenamente, suonando Gershwin e Cole Porter alla maniera di Erroll Garner sapendo però, e l’ho sempre saputo, che lui era un genio e io no, solo un semplice suonatore». Un uomo, è vero, di altri tempi ormai andati.

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