Il ritratto Le radici di un porporato

Si sa che il cardinale Angelo Scola, nato il 7 novembre del 1941 a Malgrate, è un allievo del fondatore di Cl, don Luigi Giussani. È ben noto il rapporto di stima e amicizia che lo lega al Papa sin da quando lo conobbe a Friburgo, nel 1971. Un riferimento che si conosce meno, forse anche un po’ sorprendente, è la passione giovanile per Mohandas Karamchand Gandhi, meglio noto come il Mahatma Gandhi, il profeta della non violenza assassinato nel 1948 a Dehli da un fanatico indù mentre si preparava per la preghiera ecumenica.
L’ammirazione di Scola per Gandhi risale ai tempi del Michelaccio, il giornale studentesco vicino a Cl di cui il futuro arcivescovo era caporedattore all’inizio degli Anni Sessanta. «Lo Spirito ha scelto Gandhi per “fare” più che per “dire” la Verità, ma il Regno dei cieli è proprio di coloro che fanno» scriveva il giovane Scola.
E che la non violenza, «lo sforzo continuo che ti porta ad amare veramente tutti», fosse qualcosa di più di una moda da Sessantotto, sia pur cattolico, lo conferma la scelta del giovane Angelo di lasciare il seminario milanese di Venegono e di trasferirsi a Teramo per risolvere il problema del servizio militare. La vicenda, raccontata da Andrea Tornielli nel libro Il futuro e la speranza, si svolge nel 1969.
In quel periodo erano arrivati in seminario i primi allievi di don Giussani: insieme a Scola, Luigi Negri, Marco Barbetta e Mario Peretti. Scola però, come Barbetta, da studente universitario non aveva ancora fatto il servizio militare. Allora l’obbligo di leva decadeva nel momento in cui i seminaristi diventavano suddiaconi, il primo gradino nell’ascesa al sacerdozio.
Scola chiede di essere ammesso subito come suddiacono, ma il seminario di Milano, forse anche per una specie di attendismo verso il neonato movimento di Comunione e liberazione, gli propone di fare prima il servizio militare. Il ventottenne aspirante sacerdote si consulta con don Giussani e decide di andare a bussare alla porta del vescovo di Teramo, monsignor Abele Conigli. E nel 1970 il vescovo di Teramo lo ordina sacerdote. I compagni di seminario rimasti a Milano diventeranno sacerdoti due anni dopo, nel 1972.
È il vescovo Conigli a mandare Scola a studiare teologia a Friburgo nel 1971, dove nella Quaresima di quell’anno incontrerà un teologo giovane e già famoso, che era stato tra gli attori del Concilio Vaticano II: Joseph Ratzinger.
In quegli anni nasceva la nuova rivista di teologia, Communio, che aveva tra gli autori pensatori del calibro di Ratzinger, Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac. Tutti sostenitori del Concilio conclusosi nel 1965 ma in una visione di «continuità» con la storia e la tradizione della Chiesa, preoccupati invece delle spinte verso la discontinuità e la rottura, delle esagerazioni e delle derive che già si prefiguravano nella riflessione teologica e che presto sarebbero state sotto gli occhi di tutti anche nei discorsi quotidiani in parrocchia.
Scola, futuro brillante intellettuale, si nutrì con il latte materno di un cattolicesimo ricco del più semplice e schietto sensus fidei. Nato il 7 novembre, viene battezzato il giorno dopo, come accadeva (e spesso ancora accade) nelle famiglie di fede profonda. Il cardinale ha raccontato più volte di essere «orgoglioso di venire da una famiglia poverissima», che viveva in un appartamentino di 35 metri quadrati nella vecchia corte di una grande fattoria. Lì abitavano Angelo, il fratello maggiore Pietro, la mamma Regina, casalinga, e il papà Carlo, camionista.
Il padre era socialista nenniano e leggeva L’Unità, la mamma gliela nascondeva, pregava e sperava che Angelo si sposasse con una delle brave ragazze che gli erano amiche. Lui invece scelse di lasciare tutto per seguire Cristo, diventò sacerdote, poi vescovo di Grosseto, patriarca di Venezia, arcivescovo di Milano. Così eccoci alla storia che sarà.