Con una «rosa» contro il nazismo

Inaugurata ieri da Formigoni, Albertini e Penati, la rassegna rievoca la storia di un gruppo di universitari condannati a morte

Francesca Amé

Freiheit. Libertà. È questa la parola scritta sul retro di un foglietto trovato nella cella di Sophie Scholl, ventidue anni, tedesca, amante della natura, dell'arte e della musica. Sophie, insieme al fratello Hans e ad altri giovani come Will Graft, Alexander Schmorell, Kurt Huber, Christoph Probst, diedero vita, tra l'estate del 1942 e il febbraio del 1943, al gruppo della «Rosa Bianca». Non un partito, non una forza amata, non una setta, ma un profondo sodalizio di amicizia che osò sfidare il Nazismo a suon di parole.
Da oggi e fino al 12 febbraio i milanesi potranno conoscere meglio la coraggiosa storia di questi giovani grazie a una mostra ospitata dentro la tensostruttura in piazza Duomo (dalle 9 alle 19, ingresso libero). «La Rosa Bianca. Un gruppo di amici che ha sfidato il Nazismo» omaggia sin dal titolo questi giovani tedeschi di origine e caratteri diversi, conosciutisi per caso alla facoltà di Medicina di Monaco di Baviera e accomunati da una sensibilità artistica e spirituale ben al di sopra della media. È Portofranco, associazione no profit di aiuto allo studio, ad aver promosso la mostra in collaborazione con la Comunità ebraica di Milano e sono proprio i membri dell'associazione, come Alessandro, liceale milanese, a fare da guida ai visitatori di questa esposizione, già presentata la scorsa estate al Meeting di Rimini.
Vederla oggi, in concomitanza con il Giorno della Memoria, amplifica - se ce ne fosse bisogno - il valore del gruppo della «Rosa Bianca». Plauso per l'iniziativa da parte del governatore Roberto Formigoni che ha ricordato come mostre come queste «sono utili perché ci strappano alla nostra tranquillità», apprezzamenti anche da Filippo Penati, presidente della Provincia, e dal sindaco Gabriele Albertini, che si è lasciato condurre dai ragazzi di Portofranco e dal presidente, Alberto Bonfanti, lungo l'articolato percorso della mostra.
Costruita su una quarantina di pannelli, l'esposizione non solo ha il pregio di recuperare diari, lettere e documenti che attestano l'attività eversiva che i giovani, attraverso i volantini anti-hitleriani e le discussioni, esercitavano in università, ma permette di capire le personalità di ciascuno. È vero: sono tutti spinti dalla passione per la letteratura, per la giustizia, per il bello; è vero: sono tutti innamorati di un'idea di amicizia che trascende l'appartenenza religiosa (nonostante siano perlopiù cattolici); è vero: hanno cercato di smuovere le coscienze della gioventù tedesca con il dialogo, la riflessione, la scrittura. Ma poi ci sono le loro diverse (tutte straordinarie) personalità: Hans è il leader del gruppo, Christoph, l'unico sposato, si fa battezzare poco prima della condanna a morte, Sophie, è vivace e appassionata delle gite all'aria aperta. È lei a dire, non appena compreso il significato del messaggio nazista, che «è da vigliacchi girare la testa dall'altra parte». Ed è ancora lei che, prima dell'esecuzione - Sophie e il fratello Hans il 18 febbraio del '43 furono scoperti da un bidello mentre distribuivano l'ultimo volantino della «Rosa Bianca» - dirà alla sua compagna di cella: «Una giornata così meravigliosa e piena di sole, e io me ne devo andare...». C'è tutta la dolcezza della gioventù, tutta la passione per la vita e per il mondo in questo commiato. I giovani della «Rosa Bianca» ritenevano il Nazismo nemico dell'uomo e divulgarono i loro pensieri tra amici, in università. Alcuni di loro pagarono con la vita questo gesto e oggi Annelise Graf, sorella di uno dei membri, considera questa opposizione «nella sua indiscutibile incompiutezza, negli errori di valutazione e nelle omissioni, nelle impazienti avventatezze» non un atto eroico, ma profondamente umano.