«Sì a una grande moschea ma sotto controllo»

Formigoni: «Verificheremo però che sia usata per pregare. Servirà anche per i musulmani che arrivano per Expo nel 2015»

(...)Non crede che possano nascere problemi legati alla sicurezza?
«Bisognerà controllare che usino la moschea per pregare. Ma se gli islamici o chicchessia vogliono pregare, e sottolineo pregare, se le collocazioni garantiscono sicurezza, rispettano gli spazi e non creano intralcio, mi sembra difficile dire di no. Milano è una capitale dell’Occidente e in tutte le capitali dell’Occidente ci sono luoghi di culto stabili per musulmani, ebrei e per tutte le altre religioni. Nessuno deve scandalizzarsi».
Molti obiettano che non c’è ragione di lasciar edificare moschee a chi non consente ai cattolici di edificare chiese. Manca la reciprocità?

«La reciprocità non è che io ti faccio costruire una moschea e tu mi dai una chiesa, ma un principio da difendere. Dobbiamo far capire che il sì alla libertà di culto, il no alla pena di morte, sono valori e dobbiamo continuare a chiedere che siano rispettati. Sono capisaldi della nostra civiltà e non dobbiamo astenerci da ciò che riconosciamo giusto perché altri non lo praticano. Questo deve essere un modo per invitarli a rispettare i diritti. Come con la Cina possiamo dire: “veniamo alle Olimpiadi ma...”. È un continuo martellamento politico quel che dobbiamo fare. E comunque in qualche Paese islamico si cominciano a costruire chiese, come accade negli Emirati Arabi».

Qual è il luogo adatto per una moschea a Milano? Potrebbe sorgere su un terreno pubblico?

«Non tocca a noi indicare un luogo ma a loro chiederlo. Che il terreno sia donato loro da un benefattore o acquistato è un problema loro. Il mio compito non è costruire moschee né scegliere aree e non c’è alcun motivo di fornire un terreno pubblico. Quando la Diocesi Milano vuole costruire una nuova chiesa, acquista un terreno. Non c’è obbligo per le istituzioni di donare alcunché e non credo neppure che ci siano ragioni di opportunità. Il luogo adatto si può valutare a un tavolo».

La Curia e anche l’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano propongono più moschee piccole invece che una sola grande.

«Mi sembra che tutti corrano molto avanti. Non esiste ancora una domanda della comunità islamica. Quando ci sarà consulteremo anche le autorità preposte alla sicurezza e decideremo. Mi sembra di capire però che dal punto di vista della sicurezza sia preferibile un luogo solo rispetto a tanti luoghi».

Che cosa risponde la gente che vive accanto al Vigorelli e protesta? Può essere una soluzione che la comunità islamica affitti un luogo di preghiera solo per il venerdì?

«Secondo me rischiamo di ripetere gli errori commessi in viale Jenner. Capiscono tutti che si tratta di luoghi in cui si radunano migliaia e migliaia di persone, che aumenteranno nei prossimi anni. Se vogliamo parlare di sicurezza e non creare fastidio, allora le situazioni instabili sono le più pericolose».

Crede che l’Expo contribuirà a far crescere l’esigenza di una moschea?

«Con l’Expo crescerà anche il numero di turisti di fede musulmana. Arriveranno qui in sei mesi trenta milioni di persone. Offrire un luogo stabile ai fedeli che arrivano mi sembrerebbe più consono alla grande dignità di Milano. Si dice sempre che bisogna attirare i turisti, allora bisogna offrire loro anche luoghi di culto. Fanno parte dell’attrattività complessiva del territorio».

La Curia di Milano ha lanciato accuse di «fascismo» nei rapporti con gli stranieri.

«Mi sembra che l’incidente sia abbondantemente rientrato e che la Curia abbia spiegato che non c’era volontà di offesa né di contrapposizione. Per le impronte ai rom, la vera questione è che ogni persona deve poter essere identificata. Se un padre e una madre sono in grado di mostrare un documento di identità non c’è nessun problema. Se nessuno si fa carico del minore, allora si procede con le foto e o le impronte. Sono atti compiuti in modo amichevole, non con elmetto e sfollagente».