Al Sacco si studia come prevedere l’uscita dal coma

Sotto anestesia non succede nulla. Non solo non si sentono i dolori e non rimane alcun barlume di coscienza. La certezza arriva dall'Università degli Studi di Milano dov'è stato scoperto il sistema per misurare la coscienza. Una misurazione che, partita nel 2005 durante il sonno e sperimentata nel 2009 sui pazienti anestetizzati, adesso approda in un ambito più misterioso, quello del coma.
Per scoprire quanto accade esattamente, «se è assente solo la comunicazione esterna con i medici e i famigliari o anche quella interna che avviene nella cortecca cerebrale» come si domanda Marcello Massimini del Dipartimento Ricerche Cliniche dell'ospedale Sacco. Il Sacco, in collaborazione con l'Università del Wisconsin, sta sviluppando una metodica che ha lo scopo di ottenere un marker oggettivo del livello di coscienza. «E se è possibile attendere il recupero dal coma acuto - continua il professore - o, addirittura, diagnosticarlo in anticipo».
Tutto grazie alla nuova tecnica, messa a punto dai ricercatori della Statale e i colleghi dell'università americana, basata sulla combinazione di stimolazione magnetica transcranica (TMS) ed elettroencefalografia ad alta densità (hd-EEG), che rende finalmente possibile la misura diretta della comunicazione interna alla corteccia cerebrale. Questa metodica non-invasiva permette di stimolare direttamente un area corticale e di registrare gli effetti immediati di questa perturbazione nel resto del cervello. Una perturbazione che avviene sicuramente quando sogniamo ma non durante tutto il sonno. «Nel 2005 - spiega il professor Massimini - abbiamo scoperto che il dialogo tra le varie parti della corteccia cerebrale sparisce quando ci addormentiamo per poi riprendere anche se si rimane paralizzati durante la fase rem, quando si sogna, e al risveglio. Mentre negli otto pazienti anestetizzati con Midazolam che abbiamo analizzato, come riportato nello studio che sta per essere pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, con la nostra strumentazione non abbiamo rintracciato tracce di coscienza. Potrebbero però esserci delle eccezioni rarissime, ovvero quei casi di consapevolezza durante l'anestesia, uno su mille, in cui il paziente recupera coscienza durante l’intervento chirurgico senza essere in grado di segnalare la propria esperienza al personale medico in sala operatoria. Riferendo soltanto una volta risvegliatosi quando ha sentito o percepito».
«Ma c'è un'altra situazione in cui si pone maggiormente il problema della diagnosi clinica del livello di coscienza - sottolinea il ricercatore dell'ospedale Sacco - quella dei pazienti che, a causa di gravi lesioni cerebrali, non sono in grado di muoversi e comunicare come è capitato al belga rimasto paralizzato, dopo un incidente stradale, e per 23 anni è stato creduto in coma. Con la nostra metodica potremo, per rilevarne l'eventuale coscienza, indagare nella corteccia cerebrale di quei pazienti con problemi motori che non riescono a esprimersi e a rispondere alle sollecitazioni».
Ma i pazienti di cui Marcello Massimini si sta occupando adesso, in collaborazione con l'università di Liegi, sono quelli in coma acuto da poche settimane. Vuole seguirne l'eventuale recupero misurando la comunicazione interna alla corteccia cerebrale, nella speranza di potersene accorgere in anticipo e trasformare così la sua metodica in un mezzo diagnostico.