Sale e terracotta in mostra Hanno «segnato» la storia

Rarissime saliere dalle forme più svariate, testimoniano usanze e mode in voga dal XVI al XIX secolo

Barbara Silbe

Terracotta e sale. Utile la prima, indispensabile il secondo. È così dalla notte dei tempi, o quasi. Questi due elementi hanno accompagnato la storia della nostra civiltà, scandito epoche, condizionato economie, cambiato costumi di interi popoli. Questi due elementi sono ora al centro di una piccola ma deliziosa mostra dal titolo «Saliere italiane in maiolica dal XVI al XIX secolo», aperta fino al 30 marzo negli spazi del Museo di Bnp Paribas, centro culturale di piazza San Fedele che fin dal 1998 propone esposizioni dedicate ai piccoli oggetti d’antiquariato. Nelle vetrine affacciate sulla piazzetta a un passo dal Duomo, per la gioia di collezionisti e appassionati sono esposte una sessantina di saliere italiane in maiolica, una sottofamiglia della terracotta. Rarissimi pezzi dai molti colori e dalle più svariate forme, che raccontano l’uso che del sale si faceva e si continua a fare.
Il sale è vita, il sale è conservazione, ha stimolato scienziati e inventori, religiosi e pagani, e personaggi come Omero o Platone lo hanno perfino definito una sostanza divina. Dal sale sono nate nuove rotte del commercio, viene usato per preparare farmaci, per tingere tessuti, evitare gelate in strada. Perfino la Bibbia accenna a questo prodotto che nel lontano passato serviva alla mummificazione dei defunti, o come semplice moneta di scambio, tanto era prezioso. La rassegna milanese prende in esame solo epoche più recenti, quelle in cui la trasformazione dell’argilla, prima essiccata al sole e poi cotta, regala al cammino dell’umanità manifatture di grande fascino che noi italiani, a partire dalla fine del 1400 perfezioniamo fino a renderle celebri in tutto il mondo. Sebbene i Paesi orientali siano stati i primi a cimentarsi in questo campo, l’Italia del Rinascimento poteva contare su abili artigiani, decoratori di maioliche che erano considerati veri pittori e che raggiunsero livelli estetici ed espressivi senza pari, influenzando il gusto di tutta l’Europa. Da Urbino a Faenza, da Gubbio ad Albissola o San Quirico d’Orcia, a quei tempi fu tutto un fiorire di smalti e arzigogoli, di putti, donzelle, trafori floreali, stemmi araldici, scene mitologiche, draghi: una vera gara creativa, attraverso la quale forme complesse e sempre più ornate entrarono a far parte del corredo da tavola di ogni famiglia agiata.
La mostra è a cura di Maria Steffanoni, con la collaborazione di Giorgio Bernasconi. Visitabile con ingresso libero in qualsiasi momento del giorno e fino alle 23. Per tutte le informazioni, telefono 02-72472021 (da martedì a venerdì dalle 14 alle 18).