Sandalo: "Perché tiro molotov alle moschee"

Parla dal carcere di Milano l’ex terrorista rosso accusato degli attentati ai luoghi di culto islamico in Lombardia: "Ho voluto reagire a un clima di indolenza generale in cui vince l'estremismo"

Milano - Nel carcere di San Vittore, dov’è detenuto da un mese esatto, Roberto Sandalo ha disegnato il Cristo: «Ho cercato di dargli la massima espressività - spiega -, in particolare mi sono concentrato sulle mani e sul volto. Il mio Cristo ha gli occhi aperti sul mondo, lo sguardo attento, e le mani vive. È lui il centro della nostra storia. Invece, qua a San Vittore i crocefissi vengono tolti per non offendere la sensibilità dei musulmani».

Sandalo in questa intervista esclusiva parlerebbe solo di quello: la crisi della nostra civiltà, il cedimento davanti all’avanzare dell’islam. Lui ha cercato di affrontare il tema prendendo la scorciatoia delle bottiglie molotov e degli attentati. Così a 51 anni è finito in galera, lui che in carcere ci era già stato nel 1980 per la militanza in Prima linea. L’indagine della Procura di Milano è ormai chiusa. Sandalo ha confessato: gli ordigni rudimentali utilizzati contro obiettivi islamici di Milano e dell’hinterland erano opera sua. Il Fronte Cristiano Combattente era formato da due persone: lui e Maurizio Peruzzi, chimico e ideologo del minigruppo, pure in cella. Fine di una storia dall’orizzonte corto. E incipit di una riflessione.

Sandalo, si è scoperto la vocazione del crociato. Ed è finito in manette.
«Robi Sandalo oggi è molto lontano dal ragazzo di trent'anni fa e dalle idee che lo avevano motivato. Ciò anche grazie a un lungo cammino che mi ha portato ad avvicinarmi al cristianesimo. Mi sento profondamente segnato dal messaggio di Cristo. Buona parte di tale percorso è avvenuto anche grazie a mia moglie che è persona meravigliosa e dalla sconfinata generosità».

Sarà, ma lei l’ha interpretato a modo suo: con gli attentati.
«Io ho reagito ad un clima di, come chiamarlo?, indolenza generale. Noi italiani siamo indifferenti quando ci coprono i crocefissi e li apostrofano con aggettivi impronunciabili o quando attaccano il Santo Padre a Ratisbona, solo perché ha il coraggio di denunciare il relativismo culturale ed etico della nostra società. Noi italiani vediamo le stragi di Madrid e di Londra col telescopio, resettiamo quelle del Sinai perché ci si va in vacanza, ci dimentichiamo con la velocità degli elettroni che a Perugia un imam stava per avvelenare due acquedotti».

Lei invece ha la memoria lunga?
«Ho profondo rispetto per tutte le religioni, ho viaggiato molto, ho ascoltato: dove non c'è reciprocità, rispetto della spiritualità dei singoli individui, non esiste possibilità di dialogo. Ha mai sentito di qualche parroco che abbia progettato e organizzato attacchi a moschee, ovvero usi seghe da falegname per convertire?».

Come ha conosciuto Maurizio Peruzzi?
«Peruzzi è persona mentalmente pigra, presa dal lavoro e che non fa paura a nessuno. Non è un ideologo, non è operativo. Ai “tempi” l'avrei collocato nel nostro logistico: la sua casa in mezzo ai boschi sarebbe servita per latitanti e per qualche riunione. Stop. L'ho conosciuto nel 2006 tramite un adesivo, “No Islam”, al casello di Broni. Tornavamo da una manifestazione del professor Marcello Pera. Si intitolava “Un Treno per l'Occidente”: l'inizio di una mobilitazione in difesa dei valori cristiani. Si parlava di un pellegrinaggio a Santiago de Compostela: al Santo Matamoros che ispirò la Reconquista».

In pratica, che ha fatto Peruzzi?
«Peruzzi, leghista milanese, desiderava costruire una “Lega Nord” più determinata e secessionista, progetto ambito e mai realizzato. Ha messo a disposizione le sue conoscenze in chimica per costruire un potenziale “arsenale” a buon mercato e fatto con prodotti semplici e in libero commercio... cose vecchie... Negli anni Settanta i “compagni” di Potere Operaio usavano il Radisol, un diserbante, per confezionare molotov a innesco chimico: ora si chiama Zapi e lo trovi dal vivaista sotto casa. Siamo molto lontani dalla cheddite, uguale polvere da cava che usavamo ai tempi di Prima Linea».

Di cosa parlava con Peruzzi?
«Con Peruzzi concordavamo sulla necessità di “sollevare il problema”. Abbiamo iniziato a fare propaganda diretta volantinando al Raduno degli Alpini ad Asiago: ci hanno invitati in mezzo nord, da Boves a Venezia, alla Festa del Piemont, al colle dell'Asietta; era l'estate del 2006. Certo abbiamo avuto molti consensi. In realtà tutto si è fermato a questo: siamo il Paese dei “Tengo Famiglia” che risolve tutto con una bevuta di grappa e via».

E questo le è bastato per fare il salto e passare all’azione militare?
«Un attimo. Tutti gli esposti e denunce, presentati come SOS Italia, alla Procura di Milano contro la moschea di viale Jenner e contro i rappresentanti nazionali dell'Ucoii che, attraverso le pagine comperate dei maggiori quotidiani, inneggiavano alla “guerra santa”, sono stati archiviati. Abu Omar è stato allontanato dal nostro Paese solo grazie all'intervento della Cia. Decisi così di agire da solo, con azioni mirate di basso volume di fuoco (le micce fatte in casa non superano i 10/12 secondi di combustione e posso così avere il controllo della situazione), senz'armi, senza auto rubate, in zone isolate, di notte, ma nei pressi delle moschee imputate di reclutare kamikaze o di predicare l'odio contro i cristiani».

Quanti attentati avete compiuto?
«Da via Solferino alla ex sede Ucoii, a via Quaranta e Segrate, sempre io. E solo io. Io ho lanciato una molotov contro la moschea di Abbiategrasso per cercare di evitare l'omicidio di padre Bossi, rapito nelle Filippine da guerriglieri islamici».

Cosa c’entra lei con padre Bossi?
«Sono tutti collegati, attraverso internet o telefoni satellitari: sanno cosa succede oggi qui, domani là. Lo chieda all'avvocato Maurizio Scelli: a Bagdad le notizie italiane sulle due Simone arrivavano prima ai negoziatori islamici che alla nostra ambasciata, al Comando o a Scelli stesso. Nel silenzio generale dei media, dopo tre attacchi alla moschea e tre copertoni incendiati sulla linea ferroviaria Milano-Mortara (a Gaggiano, Trezzano e Corsico), il governo mandò la Boniver a Mindanao: padre Bossi fu liberato».

Sandalo, lei ha un passato ingombrante. Un pezzo di storia del terrorismo.
«Però è vero, e lo dico senza tema di smentite, che ancor oggi non mi è stata perdonata a sinistra e anche a destra, la scelta fatta trent'anni fa, di dissociarmi da Prima Linea e lasciare la banda armata. In realtà, che piaccia o no, la collaborazione mia e di Patrizio Peci scardinò il vincolo solidaristico delle “Organizzazioni Combattenti” e gli appelli a lasciare la lotta armata da parte di Marco Donat Cattin, da Parigi, fecero il resto: evitammo almeno altri dieci anni di lutti».

Così se la cavò con poco. Non le pare?
«Con la legge dell'82 fui condannato a 11 anni e sette mesi. Ne scontai quasi 3. Presenziai a 27 processi. Non ho sparato a nessuno per uccidere; partecipai sì, come autista o di copertura esterna. La morte di un vigile urbano fu una disgrazia verificatasi a seguito di una colluttazione. Ciò non mi sottrae alla Giustizia di Dio».

Rimaniamo sulla terra. Cosa ha fatto tornato in libertà?
«Tante cose. All’estero. A Santo Domingo venni raggiunto, nel gennaio 1988, da Gianni De Gennaro, allora capo della Criminalpol, che era sulle tracce di Andrea Ghira, il “Mostro del Circeo”. Per stanarlo venni affiancato per ben due mesi a una coppia di ispettori: Luciano e Rosy. Dopo averlo agganciato in una discoteca locale, riuscì a svanire nel nulla. Rientrai in Italia».

E qui ha dato altro lavoro ai giornali.
«Si riferisce alla dolorosa parentesi del 2002, allorché l'accusa di coinvolgimento in rapine presso agenzie di credito, determinò per me e la mia famiglia l'apertura di un periodo particolarmente funesto risoltosi infine lo scorso 11 luglio con una sentenza di assoluzione, per estraneità ai fatti emessa dal Tribunale di Asti. Nel frattempo mi ero sposato e avevo avuto un bambino; la strada per uscire dal tunnel».

Invece no: è tornato Roby il Pazzo, come la chiamavano alcuni ex di Prima linea?
«Roberto Sandalo è molto lontano da quel soprannome del quale tutti si riempiono le bocche. Quell’epiteto mi è stato affibbiato da quei mestieranti della politica che avevamo già smascherato nel 1976: loro sono tutti scrittori, politici di mestiere, ginecologi assassini assertori della pillola abortiva RU 486. Sono gli stessi ignavi che ai tempi operavano per il protrarsi della lotta armata - “compagni che sbagliano”, asserivano ieri».

Oggi?
«Oggi ripetono “Cerchiamo il dialogo con l’Islam moderato”. È la stessa matrice cattocomunista di allora».