Il sangue puro di Ramelli e l'ipocrisia della sinistra

Ancora incerta la partecipazione del sindaco alle cerimonie per lo studente del Fdg e Pedenovi

Qurantun'anni dalla morte di Sergio Ramelli (nella foto), quaranta da quella del consigliere prvinciale del Msi Enrico Pedenovi, l'avvocato mite trucidato dai terroristi comunisti di Prima linea mentre usciva di casa per andare a celebrare quel triste primo anniversario. Qualche anno in più è passato dall'uccisione dell'eroe e cieco di guerra Carlo Borsani, quando il 25 aprile era già passato da giorni e le armi avrebbero dovuto tacere.

Al momento di andare in stampa ieri sera, il protocollo di Palazzo Marino ancora non sapeva se oggi il sindaco Giuliano Pisapia avrebbe preso parte alle commemorazioni. Non a quelle di piazza che anche quest'anno avranno il loro cuore sul sagrato della chiesa dei santi Nereo e Achilleo in fondo a viale Argonne dove a partire dalle 20,30 ci sarà una messa e a seguire un concerto e recitativi a ricostruire i momenti più tragici di quel martirio. No. Il sindaco Pisapia ieri non sapeva ancora se sarebbe andato alla commemorazione ufficiale di oggi alle ore 16 ai Giardini Ramelli, quelli che la giunta dell'allora sindaco Gabriele Albertini e del vice Riccardo De Corato gli dedicò tra via Bronzino e via Pinturicchio, con grande opposizione dai banchi della sinistra. E Pisapia ieri non sapeva nemmeno se oggi sarebbe andato sotto quella casa di viale Lombardia, lì dove fu ucciso Pedenovi.

Perché forse un ragazzo sprangato a morte con le chiavi inglesi dal servizio d'ordine di Avanguardia operaia nella facoltà milanese di Medicina sotto gli occhi della mamma Anita e spirato dopo settimane di atroce agonia e un uomo delle istituzioni come il consigliere provinciale Pedenovi, forse non meritano pochi minuti per essere ricordati. E un posto nell'agenda di un sindaco di Milano.

Così come non lo meritano i morti delle foibe e dell'esodo istriano, fiumano e dalmata ai quali in cinque anni Pisapia non ha mai trovato il tempo di rendere onore in quella giornata del Ricordo fissata con legge dello Stato il 10 febbraio e a favore della quale lo stesso Pisapia, allora parlamentare di Rifondazione comunista, non ritenne giusto approvarla e votò contro.

Oggi per Pisapia potrebbe essere l'ultima possibilità per ricordare magari di essere il sindaco di tutti. Per lasciare da parte le ideologie e indossare quella fascia tricolore che negli ultimi due anni non ha mai indossato, presentandosi solo all'ultimo momento (e dopo una campagna di stampa) alla commemorazione di Ramelli. Provocando, nonostante tutta la sua ritrosia, la rivolta di gran parte di una sinistra nemmeno oggi disposta a cedere almeno alla pietà umana se non al ravvedimento, per una vita spezzata nel fiore degli anni solo per aver condannato le Brigate rosse in un tema scritto da studente dell'Istituto Molinari.

E del resto per Ramelli fu perfino difficile organizzare il funerale, perché nessun prete alla faccia della carità cristiana, aveva il coraggio di celebrarlo. E fu lo stesso avvocato Pedenovi a suggerire scherzando a un giovane Ignazio La Russa di indossare lui stesso una tonaca per dargli l'estremo saluto. Quando alla fine si trovò un religioso disposto a rischiare, il feretro arrivò di nascosto alla chiesa, perché le autorità locali avevano vietato il corteo funebre e gli estremisti di sinistra avevano minacciato di usare le chiavi inglesi sulla testa dei partecipanti. Nel frattempo, dalle finestre delle aule della Facoltà di Medicina che danno su Piazzale Gorini, alcuni giovani con i volti coperti da fazzoletti rossi fotografarono i partecipanti al funerale per schedarli e colpirli. Molte delle foto scattate quel giorno sarebbero poi state ritrovate nel terribile «covo di viale Bligny».

Erano i temi durante i quali si urlava «uccidere un fascista non è reato» e, infatti, dai banchi del consiglio comunale si levò un terribile applauso quando in aula arrivò la notizia che Ramelli era spirato dopo quella terribile agonia.

E del resto proprio ieri al Giornale l'allora presidente della Provincia, il dirigente del Pci, il Partito comunista italiano Roberto Vitali, ha raccontato che l'assassinio di Pedenovi «mi colpi molto e quando venni a sapere che era stata colpita una bimba piccola, si aggiunse un dolore particolare». Ma, nonostante questo, lo stesso Vitali non sentì il dovere almeno istituzionale se non morale, di andare a quel Funerale. «Non volevo che ci fossero incomprensioni. E non volevo la ribalta», si giustifica oggi.

Parole difficili da comprendere. Tipiche di una sinistra che è sempre stata ed è rimasta partigiana, nell'accezione negativa dell'interesse di parte e di partito che è sempre venuto prima di tutto. Del bene dello Stato e perfino della pietà umana.

Commenti

claudioarmc

Ven, 29/04/2016 - 09:17

Pisaspia Sala un ticket unico pel la parte peggiore di Milano

Dordolio

Ven, 29/04/2016 - 10:34

Un nobile articolo scritto da un brillante giornalista (grande come suo padre....).

Ritratto di Antero

Antero

Ven, 29/04/2016 - 11:05

Altre Vittime di un lunghissimo elenco dell'odio di parte ...

sbrigati

Ven, 29/04/2016 - 11:31

Purtroppo i giovani di oggi nulla sanno di quei giorni e di coloro che si sono sporcate le mani con il sangue di tanti innocenti e che ora fanno i maitre a penser.

Dordolio

Ven, 29/04/2016 - 13:31

Della Frattina ha dimenticato un dettaglio sull'omicidio del cieco di guerra Borsani. Quando i partigiani lo uccisero non dimenticarono di derubarlo di quel che aveva in tasca, pure. Eh, la classe si vede da questi dettagli! Come le frasi di un ex partigiano intervistato a Milano dalla tv anni fa. Che giustificava l'assassinio, perchè - sue parole - "Borsani era sì cieco ma parlava...."