Savinio: la metafisica? Meglio il gorgonzola

«Base della civiltà alimentare di Milano, sono i formaggi. Segno di quanto antica e naturale è questa civiltà». Non si tratta di un messaggio pubblicitario, ma di una nota di Andrea De Chirico, «in arte» Alberto Savinio (1891-1952). Nella sua carta d'identità artistica e culturale c'è posto anche per Milano, vista, descritta e sognata da un grande del Novecento che poteva con disinvoltura disimpegnarsi tra stracchino, gorgonzola e capolavori (altrui e suoi). Il fratello di Giorgio De Chirico poteva vantare una frequentazione geografica e intellettuale pari a quella della sua poliedricità creativa. Narratore, regista teatrale, saggista, pittore, musicista compositore, critico teatrale e cinematografico, sempre a centro delle avanguardie in un ruolo spesso anticipatore. Forse troppo per essere celebrato in vita e meritare una giusta riscoperta a partire dagli anni Settanta. Savinio dava del tu ai grandi della cultura europea ed italiana e girovagando tra Parigi, Monaco, Firenze e Roma capitò anche a Milano, amandola non solo per motivi professionali e cogliendone un lato intimo che condensò nel racconto «Ascolto il tuo cuore, città». Come possa averla ascoltata e descritta un uomo nato in Grecia, con radici classiche che hanno incontrato il surrealismo, con un furore interpretativo che lasciava tracce di sangue sulla tastiera del pianoforte nell'esecuzione delle sue opere è una scoperta difficile e piacevole. Proprio perché il tratto distintivo del suo essere è l'incontro tra l'ingenuità di un'infanzia mai dimenticata ed una curiosità enciclopedica che lo porta a demolire i pensieri forti (apparenti) trattandoli con molta ironia. Savinio amava definirsi «dilettante», attribuendo a questa parola un significato che spaziava dall'adesione alla «non-specializzazione» al piacere della pratica creativa. Insomma, una mente che si muove con attenta leggerezza, come nelle vie e nelle piazze di Milano durante la lunghissima passeggiata rievocativa di «Ascolto il tuo cuore, città». Tanti flashback che prendono spunto da fatti o luoghi più o meno memorabili. Ci sta una spassosa visita-descrizione del Museo Poldi Pezzoli e la commuovente impressione della città distrutta dai bombardamenti dell'agosto 1943. Quando non si parlava di aree metropolitane o di piani urbanistici regionali, Savinio parla di «città monocola e città vulcanica che a somiglianza di Polifemo, reca in fronte un occhio unico, intorno al quale l'orbita enorme delle case s'avvolge». Chissà che cosa narrerebbe dell'Expo 2015 dopo le emozioni vissute in occasione delle Fiere campionarie descritte con l'emozione puerile di chi vede l'affermazione del progresso. Il cicerone si muove con disinvoltura e cognizione toponomastica, con una forte predilezione estetica per corso Venezia, allargando a Buenos Aires e stazione Centrale. Stupisce la capacità descrittiva che tocca l'esilarante quando scopre il Florida Danze (dove stava prima la sartoria Palmer in via Durini e dove ascoltò una straziante cover di «Un'ora sola ti vorrei»), anche quando scherza sulla Casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi (il compositore con Manzoni e gli scapigliati si becca una discreta dose di ironiche battute). Ed ancora, un luna park di citazioni colte passando dal raffaellesco Sposalizio della vergine custodito a Brera alla reclame della crema dimagrante a base di paraffina. Fa capolino anche il pensatore Gregorio Pezzoli, detto Fallatajà, la cui chioma nazzarena era oggetto di canzonatura dialettale che alludeva alla necessità di un taglio. In quasi quattrocento pagine si condensa la «città del cuore» di Savinio che stampò presso editori milanesi (Mondadori, Bompiani, Scheiwiller). Collaborò come critico con il Corriere della Sera, il Corriere di informazione, l'Ambrosiano e Omnibus di Longanesi, mentre alla Scala primeggiò come regista, coreografo e costumista. Conclusa la passeggiata, val la pena di fermarsi a Palazzo Reale e visitare la mostra «Alberto Savinio, la commedia dell'arte». Peccato che in zona non si aggiri il filosofo pazzo Fallatajà che «portava dei completi da circo, chiarissimi e a quadroni». A proposito, in via Larga c'era pure una libreria che esponeva le sue opere.