Scalfari ridotto agli insulti ma i suoi sono chic

Se qualcuno volesse verificare l’esistenza del famoso complesso di superiorità della sinistra, non avrebbe che da recuperare l’editoriale firmato ieri da Eugenio Scalfari su Repubblica. Lo riassumo per i lettori del Giornale. Gli italiani sono un popolo «senza qualità». Al massimo possono essere «servili» e «buffoni di corte». Perbacco. Il giudizio, per quanto avvalorato da dotte citazioni di Diderot, Rilke e Dostoevskij, pare un po’ troppo duro e qualunquistico, soprattutto per un filosofo della portata di Eugenio Scalfari. (Di recente paragonato dalla critica, che un malizioso potrebbe ritenere ossequiosa, a Nietzsche, Montaigne, Croce, Cartesio, Socrate, Eraclito, Parmenide, Leopardi, Proust, Rilke, Hölderlin, Arendt, Valéry, Rabelais, Nerval, Eckhart e Pascal). Per fortuna il Fondatore fa qualche distinguo tipico del pensiero complesso tanto apprezzato dai progressisti (Michele Serra docet) e incomprensibile ai rozzi conservatori. Non tutti gli italiani sono incapaci di separare il bene dal male, per carità. Solo quelli allevati come polli di batteria da Silvio Berlusconi. Veri e propri beoti che «avendo bisogno di una fede profana, l’hanno trovata e se la tengono stretta». Con analisi sempre più incalzante, Scalfari passa dal generale al particolare. All’interno del pollaio berlusconiano alcuni polli sono più polli degli altri: «Sto parlando della sua truppa, della corte palatina che lo circonda, lo protegge, esegue i suoi ordini e anticipa i suoi desideri». Fuori i nomi, direbbe Pierluigi Battista, al quale la reprimenda scalfariana, come vedremo, sembra indirizzare una fosca profezia. Ed ecco, appunto, i nomi. «Vi pare che in un paese normale uno come Schifani diventerebbe presidente del Senato?». E uno. «Gasparri ministro prima e capogruppo dei senatori poi?». E due. «Bondi ministro e coordinatore del partito? Con le poesie che scrive?». E tre. Ma che diavolo avranno mai combinato i mazzuolati? In fin dei conti in Italia è stato ministro perfino Pecoraro Scanio e le rime di Bondi non sono certo peggio dei romanzi di Veltroni, anche se non godono delle stesse prone recensioni su Repubblica. I tre hanno una sola colpa: sono di destra, come la maggioranza degli italiani. E di (...) [TESTO-INFRA](...) [TESTO]conseguenza non possono che mostrare «furbizia nell’elusione delle regole» e «cortigianeria». Ma ce n’è ancora. Ce n’è per Tarantini, «amico di casa», tirato in ballo quasi fosse parte dell’esecutivo. Ce n’è per Cosentino, per il quale non vale la presunzione d’innocenza. Ce n’è per giornalisti come Augusto Minzolini del Tg1, l’unico direttore a cui è vietato esprimere la linea della testata per volontà della sinistra, in tutti gli altri casi strenua sostenitrice della libertà d’espressione. Ce n’è per Maurizio Belpietro, direttore di Libero, a cui è riservato un insulto puro e semplice: «alano da riporto». Ce n’è per Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere, il quale aveva fatto notare in un articolo che la scomparsa (politica, sia chiaro) di Berlusconi toglierebbe il pane di bocca a un sacco di commentatori. Scalfari, toccato nel vivo, rassicura i neutrali «terzisti» (che Battista sia tra loro?): un posto a tavola per quelli che sanno scrivere si trova sempre, magari una rubrichetta. Però, che classe questa sinistra. Meno male che alla qualità, in questa Italia che ne è priva, ci pensa Eugenio Scalfari.