Scalzone: "Torno più sovversivo di prima"

L’ideologo dell’ultrasinistra si prepara al rientro dopo la prescrizione: &quot;Il mondo attuale è catastrofico. L’unico scampo è l’autonomia senza regimi o governi&quot;. Potrebbero essere &quot;liberi&quot; di tornare altri dei <a href="/a.pic1?ID=150069" target="_blank">110 intoccabili protetti in Francia</a>

Signor Scalzone, Francesco Caruso di Rifondazione la attende: «Caro Oreste, sono convinto che il tuo sacrosanto desiderio di sovversione non si è mai sopito». Ha ragione?
«Mi duole dare ragione a un deputato ma devo dire di sì...Penso che il mio desiderio di sovversione per certi versi sia andato aumentando e che si sia anche modificato».
In che senso?
«Ritengo che il mondo attuale si presenti come catastrofico. Non lo presentano così degli apocalittici ma ce lo dicono ogni giorno dalla regía. Dalla peste aviaria al buco dell’ozono: io non so se il mondo vada peggiorando davvero ma una catastrofe è sicura, quella mentale, psicologica, dei muri che ci costruiamo impedendoci la pensabilità delle cose. Il delirio aumenta tra lacerazioni e pessimismi. L’unico scampo è l’autonomia senza campioni, regimi o governo. Se vogliamo il governo degli umani non ci sono governi amici. Che cosa miserabile pensare che la salvezza venga dall’alto, un governo bolscevico o la democrazia elettronica. Né Prodi, né men che mai Chavez o Fidel Castro. Campioni di cosa?».
Lei si spinge verso l’anarchia...
«È un complimento. Maximilian Rubelle indicava Marx come teorico dell’anarchia! Infatti, tutta la grande narrazione dall’ottobre del 1917 è stata un maledetto equivoco. Non ci sono rivoluzioni impartite dall’alto. Da uno Stato rivoluzionario. La rivoluzione bolscevica è stata infatti una contraffazione gigantesca. Se devo parlare di sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato, penso in modo riduttivo a certi momenti iniziali della rivoluzione inglese, prima che arrivasse Cromwell a fare il regicidio, c’erano re e anti re, a certi momenti poco conosciuti della Rivoluzione francese e a certi momenti della Comune di Parigi. Penso anche all’insurrezione ungherese del ’56 o degli operai di Berlino del ’53. Riconosco che sono state tutte violente, anche atroci ma la storia è un lago di sangue. Dovremo pensare tutti alla frase di Canetti ”Quando si finirà di uccidere?”: sono affascinato dalla strategia della non violenza attiva come resistenza alla violenza invisibile della legalità. Ma non ne ho la grazia. Penso che non sia possibile senza essere violenti. La non violenza è meno simmetrica rispetto al potere. La non violenza è più rivoluzionaria anche se non riesco a credere che sia davvero possibile. Penso a Vincenzo Guagliardo...».
Chi era?
«Un operaio Fiat. Si è fatto 25 anni come brigatista rosso e non ha mai chiesto nemmeno l’applicazione della legge Gozzini. È agli antipodi della dissociazione premiale ma nel suo percorso è diventato un non violento integrale. Lui lo invidio un po’ perchè ha questa grazia. E non è come i Sergio Segio o i Franceschini che riescono a continuare a rovesciare il risentimento contro chi scappando avrebbe disertato. Al tempo stesso accusano noi disertori di non rovesciare anatemi che definiscano abbietto quello che è avvenuto negli anni Settanta. Siamo sia disertori sia non abbastanza stigmatizzatori. Questo è un egocentrismo patologico».
Perché non hai mai condannato la violenza di quegli anni?
«A condannare i più deboli e a fare i maramaldi sono bravi in troppi. Io non ho mai dissimulato le mie responsabilità in illegalità, “reati-mezzo” finalizzati al “reato-fine” di una sorta di qualità insurrezionale del movimento come disse la commissione Pellegrino. Se non sono mai stato accusato di omicidio da nessuno non è perché fossi eticamente migliore di altri, di quelli che l’hanno fatto o rivendicato. Solo che ho incrociato dei “buoni maestri” che mi avevano convinto che nella configurazione della società lo Stato non aveva più un cuore e non c’era un tiranno personale. Per cui il tirannicidio sarebbe stato impraticabile perché i cuori erano tanti. Il potere non è in un castello, come quello di Kafka. È un insieme di relazioni molecolari di potere».
Stamattina ha dichiarato che riprenderà la vecchia battaglia, cosa intende?
«Darò vita a forme prese dalla non violenza attiva scambiate per sacrificali dai fessi. Scioperi della fame e della sete sono consumati: farò il girovago come i guitti di un tempo. Con un megafono, con le mani a cartoccio andrò per le università, le fabbriche, in un teatro. Oppure davanti a un incrocio di strada, davanti al portone di un ministero. Come filibustering sono capace di grandi prestazioni.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it