Scilipoti: "Il governo? Ma no, ho la mia canzone"

Il grande escluso dal rimpasto: &quot;Fiero di non avere poltrone, le prese in giro non mi toccano Quando il mio ex leader Di Pietro mi vede, scappa: per lui conta solo l’antiberlusconismo&quot;<br />

Non è uno «scilipoti» qualunque. Non si sente un simbolo, una maschera, un luogo comune. «Non sono una categoria della politica». Il destino di Domenico Scilipoti deraglia in un giorno di dicembre, quando regalò la sua fiducia al governo Berlusconi. Fama e fango. Da allora non è più soltanto un parlamentare. La scelta, in fin dei conti coraggiosa, di mettere la sua faccia sui «responsabili», passando da Di Pietro al Cav, gli lascerà una cicatrice. È qualcosa che lo segnerà per sempre. Scilipoti chi? Quello del controribaltone? Quello che ha sconfitto Fini? Quello che ha tradito, si è venduto? Quello che va controvento, pigliando insulti e sputi? Eccolo Scilipoti, l’originale: medico, ginecologo, agopuntura, sicilianità, che parla di cure olistiche e cure alternative, che sogna di scardinare la lobby delle banche e delle case farmaceutiche, cattolico, con un passato socialdemocratico, dipietrista pentito e ormai col marchio indelebile di berlusconiano sulla fronte. La sua risposta è un fiume di parole. Scilipoti è convinto che se si dialoga solo gli sciocchi ti insultano. È ottimista.

Scilipoti, si è mai chiesto: chi me lo ha fatto fare?
«Me lo sarei chiesto se avessi avuto la coscienza sporca. Ma non è così. Non si butta giù un governo eletto dagli italiani solo perché si è ossessionati da Berlusconi. Il principio del ribaltone è pericoloso. Si rinnega il voto degli elettori con giochi di palazzo, oltretutto in un momento di crisi, difficile. È da irresponsabili».

I responsabili, appunto. Alla fine Scilipoti non ha avuto nulla. Neppure una poltroncina.

«E ne sono fiero. Certo, avrei potuto fare il sottosegretario, ma volevo dimostrare con chiarezza che le mie scelte non avevano nulla a che fare con le poltrone. Io sono un parlamentare. Questo è il mio mestiere e voglio continuare a fare il mio lavoro. Penso di essere più utile così. In questa legislatura ho presentato 30 proposte di legge, 150 interrogazioni, mi sono battuto per le battaglie che mi interessano. Il mio sogno non è stare al governo, ma realizzare due o tre cose che mi stanno al cuore».

Tipo?
«Rivedere le commissioni di massimo scoperto delle banche. Siamo sicuri che certi interessi non siano ai confini dell’usura? Le racconto una storia. Due anni fa venne da me un signore di Ascoli Piceno, Emidio Orsini, che da anni stava combattendo contro questa lobby. E mi spiegò che nell’articolo 50 del Testo unico bancario si nasconde il grande potere delle banche sui clienti».

Toccare le banche è pericoloso.
«Ogni tanto si può anche essere coraggiosi. Quel testo rende molto semplice e veloce il rilascio di decreti ingiuntivi. È sufficiente la mera attestazione di veridicità e liquidità del credito effettuata da un funzionario bancario, affinché il giudice conceda decreti ingiuntivi».

Cioè, basta che un bancario dichiari «ti ho dato i soldi» e il giudice ci crede?

«Esatto. Ma se i crediti vantati dalle banche fossero inesistenti, non corretti o frutto di interessi da usura, di oneri e commissioni non pattuite, di investimenti spazzatura, il presunto debitore dovrebbe affrontare un lunghissimo e oneroso processo per dimostrare la sua innocenza».

I tribunali servono a questo.
«I processi civili, come sa, sono infiniti. Nel frattempo le banche possono agevolmente aggredire e mettere all’asta l’intero patrimonio della vittima. La conseguenza è che le ipoteche poste sui patrimoni degli imprenditori, delle aziende e dei fideiussori, non vengono cancellate fino alla sentenza di terzo grado. Il cliente delle banche è un presunto colpevole. Le banche, potendo contare su risorse economiche illimitate hanno tutto l’agio di attendere la resa delle proprie vittime».

Scilipoti contro le banche. È la sua battaglia?

«Non è la sola. L’altra mia fissa sono le case farmaceutiche. Difendo gli informatori scientifici. Li vogliono trasformare in piazzisti. I medici non sono schiavi della grande industria e i farmacisti dovrebbero fuggire da un destino di bottegai. Il primo passo è ricominciare a scrivere ricette come si deve».

Cosa non va nelle ricette, a parte la grafia orribile dei medici?
«Non andrebbe prescritta una marca di farmaci, ma la cura. Come si faceva una volta. Ogni paziente è un individuo e va curato su misura».

Come si scrive una «ricetta all’antica»?

«Ecco un esempio di prescrizione di miscela vitaminica antistress, per un paziente di età compresa fra i 40 e i 50 anni, con un peso corporeo di circa 70 chili, in assenza di patologie: axeroftolo palmitato (gr. 0,5), betacarotene (gr. 2), alfatocoferile acetato (gr. 1.000), 1 flacone da 250 cc. Somministrare un quarto di cucchiaino, la mattina, a digiuno, per 3 mesi».

E di solito non sono così?
«Decisamente no».

Ha mai più incontrato Di Pietro?
«Ci siamo incrociati qualche volta in Transatlantico. Non mi parla. Nessuno di loro mi parla. Se mi vedono scappano».

Ma come si fa a passare da Di Pietro a Berlusconi?
«Si fa quando ci si rende conto che l’unica cosa che conta per Di Pietro è l’antiberlusconismo».

Non lo sapeva prima?
«Certo. Ma non pensavo fosse l’unica cosa. Io facevo battaglie a cui ancora credo. Ho incontrato in Sicilia persone che la pensavano come me e mi hanno detto: perché non ti candidi con Di Pietro, queste sono le stesse idee dell’Idv. Mi sono candidato. Arrivato a Montecitorio mi sono reso conto che quelle battaglie non interessavano. Di Pietro voleva mettere cappello su tutto».

E a Berlusconi interessano?
«Berlusconi ascolta e mi lascia campo libero».

Ma non l’ha fatta sottosegretario?
«Ancora? Non sogno una poltrona».

Infatti la accusano di averlo fatto per soldi.
«Chi parla con questo linguaggio è abituato ad avere certi pensieri. E quindi è abituato anche a farle le cose che pensa. Io sono diverso. Io a Berlusconi non ho chiesto nulla e non voglio nulla».

È diventato un personaggio.
«Vorrei diventarlo per quello che faccio come parlamentare, per il mio lavoro legislativo».

La «canzone di Scilipoti» però poteva risparmiarsela.
«Perché? Mi prenderanno in giro? Non mi interessa. Esprime il mio modo di vedere il mondo. Non mi vergogno di una canzone. Vuole leggere il testo?»

Perché no.
«Un solo cuore un’unica idea, per un’Italia ancora tua, ancora mia... Per padri e figli e per chi ancora verrà, per un futuro e per chi lo vorrà. Mi fermo qui?»

Non vincerà il premio Tenco.
«Neppure Sanremo, suppongo».

Con chi si candiderà la prossima volta?
«Con i Responsabili. Ormai il mio destino è nel centrodestra».

Sicuro?
«Accetto scommesse».