Lo sciopero suicida di Termini

Per dimostrare al mondo di non essere dei fannulloni, gli operai Fiat di Termini Imerese ieri mattina non hanno trovato di meglio che smettere di lavorare. Proprio così: un bello sciopero improvviso a bloccare uno stabilimento il cui destino corre già sul filo del rasoio. Un’idea geniale. Così motivata: «Sergio Marchionne ci ha offesi». Ma che cosa ha detto il gran capo della Fiat per irritare gli sgobboni di Termini? Ha sostenuto che il lunedì precedente avevano scioperato al solo scopo di assistere alla partita della nazionale contro il Paraguay.
«Falso», hanno protestato gli stakanovisti in tuta blu: «Ci siamo astenuti dal lavoro perché l’azienda non ha allestito due maxi schermi all’interno della fabbrica».

E a che cosa dovevano servire i maxi schermi? Ovvio: a seguire la partita dell’Italia! Quindi Marchionne ha perfettamente ragione quando afferma che la «protesta sindacale» aveva come unico obbiettivo la visione delle (presunte) prodezze dei pedatori di Lippi.
Solo che ai permalosi Cipputi siciliani non piace che si vada in giro a raccontare le cose come stanno. Perciò, linee produttive ferme: ancora un po’ di soldi buttati nell’illusione che lo stantio rito dello sciopero riesca a cancellare la verità e a restituire all’operaio colto in fallo la verginità perduta.

Il tutto alla vigilia di un referendum, quello di Pomigliano d’Arco, cruciale per capire se la Fiat continuerà a costruire auto in Italia o riterrà più conveniente trasferire tutta la produzione all’estero. Detto in altri termini, una consultazione dal cui esito dipendono migliaia di posti di lavoro. Non i 2.500 di Termini Imerese, poiché l’azienda ha già fatto sapere che non intende accollarsi i costi aggiuntivi che comporta tenere in vita la fabbrica. Ma sono in piedi alcune trattative per far sì che lo stabilimento non debba chiudere i battenti. Due, in particolare. Una con un’impresa che vorrebbe realizzare lì auto elettriche; l’altra con l’ex de Tomaso, i cui nuovi proprietari vorrebbero che la loro vettura «anti Mini» vedesse la luce sotto il sole di Trinacria.

Bene, pensate che razza di biglietti da visita possono essere stati, presso gli aspiranti compratori, gli scioperi di ieri e di lunedì scorso, con le loro motivazioni una più lunare dell’altra. Un vero sprone a cacciare quattrini pur di assicurarsi le prestazioni di mano d’opera così puntuale e affidabile. Soprattutto se si fa il paragone con quanto avviene all’estero. In Polonia, per esempio, dove pur di tenersi la linea della Panda gli operai si sono detti pronti a rinunciare al sabato festivo. O in Germania, dove i dipendenti di Mercedes, Bmw e Audi hanno acconsentito a saltare le ferie, cancellare la settimana corta, allungare di un’ora i turni normali.

C’è la crisi, ci si adatta. Pronti a molto (se non a tutto) per conservare l’impiego e, magari, mettersi in saccoccia qualche euro in più con gli straordinari. Ma sono tedeschi, mica dei furbissimi italiani. Loro non sono disposti a candidarsi alla disoccupazione facendo il tifo per Schweinsteiger. Quanto ai polacchi, non si sono nemmeno qualificati per i mondiali...

Volete mettere i nostri operai: con che cuore privarli degli impeccabili interventi difensivi di Cannavaro, delle imprese balistiche di Gilardino, delle aperture illuminanti di Camoranesi? Giovedì, poi, gioca pure Pirlo: lotta dura senza paura per il maxi schermo. E pazienza se alla fine faranno tutti la figura dei pirla.