Alla scoperta del padre «Un fascista esemplare»

Il 27 o 28 aprile del 1945, una signora uscì dal portone di una casa di via Sardegna, elegantemente vestita. Le sue finestre erano le uniche che il 25 non erano state imbandierate. Nel quartiere, in quei giorni, ci si imbatteva in cadaveri senza nome, quelli a cui poi si sarebbe apposta la targhetta Sconosciuto 1945 che ha dato il nome al libro di Giampaolo Pansa. La signora era una nota «fascista» e sarebbe finita in bocca a una pattuglia di partigiani «garibaldini» se un uomo non le fosse corso incontro e non l’avesse condotta via con sé. Era il maestro della vicina scuola, ebreo.
Questa storia, quasi assurda nel clima violento e allucinato di quei giorni di 63 anni fa, Augusto Bianchi Rizzi la racconta come preambolo alla sua vicenda personale che lo ha visto crescere orfano di un eroe di guerra «fascista», condurre un’infanzia e un’adolescenza grame, senza capire il sacrificio del padre. La signora in questione era sua nonna. Oggi, noto avvocato e brillante animatore di un salotto culturale milanese «di sinistra», Augusto Bianchi Rizzi ha scritto un libro (Albanaia. Un fascista esemplare, Mursia, pagg. 233, euro 17), il libro di un figlio che il padre non l’ha mai conosciuto, perché partì per il fronte russo quando lui aveva appena un anno e si perse nell’inferno della ritirata del Don. Un padre mancato che il figlio ha quasi cercato di cancellare, di allontanare da sé, spostandosi politicamente su posizioni antitetiche.
Ci sono voluti sessant’anni per ritrovare questo padre, per capirne le ragioni. Lui dice che la molla è scattata a una domanda di suo figlio: «Ma papà, com’era il nonno?». Il libro nasce da questa domanda e risponde a una duplice esigenza: aprire uno spiraglio su un episodio del secondo conflitto mondiale - la guerra d’Albania contro la Grecia - trascurato dagli storici e conoscere il padre per confrontarsi con lui. Uscire dal lungo dramma della sua assenza.
Racconta Bianchi Rizzi che all’inizio della storia c’erano solo due ragazzi milanesi di buona famiglia: il neo-medico Giannino Bianchi e la fanciulla Anna Laura. Si conobbero in vacanza, si innamorarono, si sposarono. Erano giovani, belli, benestanti. Sarebbero stati probabilmente felici se non si fosse scoppiato il tragico conflitto mondiale. Medico orgoglioso di una professione concepita come missione, fascista entusiasta, Giannino partì volontario nel corpo degli alpini nel 1940: prima per il fronte francese, poi per quello greco, infine per quello russo. Ma prima di partire per la guerra, Bianchi fa in tempo a concepire un figlio, molto desiderato. Ci si potrebbe domandare, con la logica di oggi: perché far nascere un figlio, quando si rischia di lasciarlo orfano anzitempo? «Mio padre - ragiona Bianchi Rizzi - voleva un figlio proprio per poter partire. Lasciandosi alle spalle qualcosa di sé, voleva conquistarsi la libertà di morire». È difficile capirlo, oggi. Nemmeno la moglie lo capì fino in fondo, nonostante l’indistruttibile amore e la fedeltà al marito, eroe di guerra.
Forse per questo motivo, quando nel 1964 un telegramma del ministero della Difesa le comunicò che il capitano medico Giovanni Bianchi era deceduto nella regione di Kirov il 9 marzo 1943, il rancore quasi prevalse sul dolore. Lo credeva disperso, ora sapeva che per ventun anni aveva aspettato un morto. «Qualche giorno dopo mia madre - scrive Bianchi Rizzi - raccolse tutto ciò che riguardava mio padre e lo bruciò. E da quel giorno ogni traccia visibile di lui fu cancellata dalla sua e dalla mia vita».
Ma c’era qualcosa che sua madre non aveva avuto il coraggio di distruggere e che il figlio ritrovò solo una decina di anni fa in un grosso pacco chiuso con lo spago: il diario di guerra del padre, scritto durante i giorni durissimi della guerra d’Albania, «Albanaia» come la chiamavano gli alpini. Augusto era ormai un uomo maturo che si era costruito una vita ricacciando dentro di sé il bambino orfano di un tempo. Scoprì che il diario era diretto proprio a lui, perché un giorno lo leggesse. E capisse.
Quelle pagine di diario - in qualche modo ritrascritte senza tradirne lo spirito - sono il libro di Augusto Bianchi Rizzi e di suo padre, dolente resoconto di una guerra che pone il volontario di fronte a inaudite sofferenze e a morti atroci. Il giovane medico non si lascia mai travolgere dalla ferocia, divide il rischio fino in fondo con i suoi alpini, si china a soccorrere anche il nemico ferito. «Perché mio padre - commenta Augusto Bianchi - era innanzitutto una eccellente persona».
Però fascista. «Però perbene. Credeva nella Patria. E ha vissuto secondo questa fede. Dopo la lettura del suo diario, ho dovuto «ricollocarmi» nei suoi confronti. E dei tanti «fascisti» che si sacrificarono in guerra come lui. Sia chiaro però che non giustifico i responsabili. Non cesserò per questo di distinguere chi ha sofferto da chi ha fatto soffrire».