Lo scrittore bibliofilo che raccontava l’anima della città

Q uando ancora c’era una Milano davvero capitale dell’editoria, scarsa di soldi ma ricca di idee, e non un gigantesco librificio a corto di coraggio e zeppo di bestseller, come oggi; quando ancora c’era una Milano pulsante e pensante, dove le teste erano quelle di Lattuada, di Treccani, di Mondadori, di Mattioli, di Sereni, di Solmi... solo per citare degli intellettuali e non dei salottieri; quando ancora c’era una Milano che sembrava Amsterdam, con il «padre Naviglio» e i suoi «barconi grigi o calafatati di fresco», e il mercato del Verziere con il via vai delle massaie e «l’insolente sgolarsi delle bancarellaie»; quando ancora c’era una Milano dove si poteva vivere facendo il libraio o l’editore senza paura di fallire dopo sei mesi, come ora; quando ancora c’era quella Milano, diciamo la Milano degli anni ’50 e ’60, c’era anche un elegante signore - scrittore, giornalista, bibliofilo - dalla storia personale molto travagliata: un «borghese irregolare», nato a Milano nel 1918, rampollo di una notabile famiglia ebraica, che pure partecipa ai Littoriali nel ’37, poi divenuto naturalmente antifascista, tra i fondatori della rivista Corrente, profugo in Svizzera dopo l’8 settembre ’43, e nel dopoguerra di nuovo a Milano, dove apre una libreria antiquaria e una casa editrice, entrambe chiamate «Il Polifilo», e dove trova il tempo di scrivere racconti e romanzi, con uno dei quali, L’invenzione, vince addirittura il Premio Bagutta, nel 1970. Si chiamava Alberto Vigevani.
Alberto Vigevani è morto dieci anni fa esatti, senza che la cosa suscitasse clamori, come non ne aveva mai suscitati del resto la sua vita e il suo lavoro, schivo, riservato, essenziale. Un critico di quelli «di una volta», Geno Pampaloni, disse che Vigevani era il più affettuoso «cronista» che Milano abbia avuto. Tutti i suoi libri, in qualche modo, raccontano la città. I luoghi, i personaggi, l’anima, il carattere. Forse tutta l’opera di Vigevani è un grande romanzo milanese, da Estate al lago (storia di una famiglia della salda borghesia milanese tra le due guerre) a Le foglie di San Siro, da Un certo Ramondès (la Milano pre-guerra e i caffé della fronda antifascista) a Un’educazione borghese, da All’ombra di mio padre (la rievocazione dell’infanzia e il domestico mondo dei Vigevani, tra via Monforte e via Borgonuovo) a La breve passeggiata, fino a questo romanzo «ritrovato», Il battello per Kew, scritto fra gli anni ’60 e ’70 ma rimasto inedito e oggi, grazie al figlio Marco, pubblicato dall’editore Sellerio, che sta da qualche anno riscoprendo l’opera dello scrittore-bibliofilo: è la storia - inutile dire autobiografica - di Stephen Jacobi, un «cacciatore di libri» londinese in crisi professionale e sentimentale che grazie a un viaggio in Italia si trova, inaspettatamente, a scrivere una nuova «pagina» della sua vita. Divisa tra un’antica biblioteca e una giovane donna...
Amante dei libri, sui quali sapeva tutto (chi gli affidò la rubrica di bibliofilia sull’inserto cultuale del Sole 24 Ore dice che era difficile beccarlo in castagna su qualcosa) e che acquistava soprattutto a Parigi, alla Librairie Vrin, Alberto Vigevani si lamentava continuamente della salute (secondo Montanelli, Vigevani stava sempre male: «Lo dice da quando era giovane. Finirà col seppellirci tutti») ed era un attore formidabile: da bambino ebbe una particina nel film I ragazzi della Via Paal diretto da Mario Monicelli nel ’35, e continuò a «recitare» anche da grande, magari al ristorante, dove stupiva amici e camerieri interpretando la parte di un famoso coltivatore di vigneti... Soprattutto, però, conobbe l’intera Italia letteraria ed editoriale dei suoi tempi.
Quando morì, nel 1999, un giornalista di razza e milanese doc come Guido Vergani, che ne scrisse il «coccodrillo», ricordò Alberto Vigevani come un «memorialista» che fotografa i «ciotoli lisci e tondi del via della Cerva», le strade del vecchio centro, il «naso polputo» di Carlo Emilio Gadda «che troneggiava arcimboldescamente come una pera o una melanzana, tra gli occhi un po’ da gufo», arrivando ad apparentarlo agli scapigliati Gian Pietro Lucini e Carlo Dossi, a Carlo Linati, al Piero Chiara di Vita a Milano e all’Alberto Arbasino di certe pagine de Le piccole vacanze, chiedendosi, retoricamente, «chi potrebbe negargli un posto alla ribalta della letteratura milanese?». Appunto.